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L’invasione delle ultracase

“Trasformazióne, s. f. – L’atto, l’azione o l’operazione di trasformare, il fatto di trasformarsi o di venire trasformato, che comporta un cambiamento, per lo più profondo e definitivo, di forma, aspetto, strutture o di altre caratteristiche.” Riferita alle coste italiane, questa definizione andrebbe ampliata aggiungendo “... colossale operazione di cementificazione, che dura da decenni e che non accenna a rallentare”. Se colossale vi sembra esagerato, provate a immaginare di salire su una barca e di partire da Ventimiglia, in Liguria, per arrivare Lazzaretto, in Friuli Venezia Giulia, dall’altra parte dello Stivale. Nel mezzo, metteteci pure un giro attorno alle due isole principali, Sicilia e Sardegna. Passereste accanto a quasi 6.500 chilometri (6.477,5, per la precisione) di coste, per lunghi tratti bellissime, con scogliere a picco, boschi fittissimi e vaste aree di macchia mediterranea. Per metà del tempo, però, vi trovereste davanti una sequenza ininterrotta e lunghissima di abitazioni, insediamenti industriali, porti e marine, con i confini tra i vari Comuni che esistono solo sulle carte geografiche...

Vista mare, scritto da Edoardo Zanchini e Michele Manigrasso, utilizza le fotografie satellitari per analizzare in modo dettagliato – e inedito – la situazione delle coste italiane, che risultano trasformate dalle attività umane per 3.290 chilometri, il 51% della loro estensione. Dopo aver raccolto e passato in rassegna migliaia di immagini, gli autori hanno individuato cinque tipologie di paesaggi: industriali, portuali e infrastrutturali; urbani ad alta densità e a bassa densità (per la presenza di aree agricole o vuoti interclusi); agricoli e infine ancora naturali. Hanno calcolato i valori complessivi per ogni tipologia di paesaggio, e hanno ricavato un dato di sintesi: la percentuale di paesaggio costiero naturale rimasto inalterato e di paesaggio trasformato, quel 51% menzionato prima. Con alcune regioni messe ancora peggio: in Abruzzo e Lazio si arriva al 63%, in Liguria al 64 e in Calabria al 65%. Si può quindi dire che le coste italiane rappresentino un caso esemplare di “tragedia dei beni comuni” – cioè quella situazione che si verifica quando si accumulano processi di deterioramento e distruzione prodotti da una moltitudine di individui che sfruttano una risorsa massimizzando il proprio interesse, frutto del fallimento delle politiche di gestione e pianificazione del territorio – spesso appiattite davanti alle pressioni immobiliari più o meno legali.

Questa situazione si intreccia con tre tendenze tra loro intrecciate e contrapposte. Ci sono i cambiamenti climatici provocati dal riscaldamento globale, con tutta la fenomenologia associata in termini di innalzamento dei livelli dei mari e intensificazione dei fenomeni estremi, dalle ondate di calore alle bombe d’acqua che a Olbia, Senigallia, Carrara e Messina hanno provocato morte e distruzione. Si ha poi l’aumento della quota di popolazione che vive lungo le coste, nel nostro paese sono 18 milioni i residenti stabili, e d’estate la popolazione di alcune città costiere può crescere fino a 10 volte. Infine, non si può non considerare l’impatto del turismo, industria davvero globale che muove flussi di persone senza precedenti nella storia. Nei prossimi anni sarà quindi inevitabile ripensare le politiche di gestione e i modelli di sviluppo, invertendo una tendenza che procede imperterrita, come dimostrato dal fatto che dal 1985, anno di approvazione della legge 431, la cosiddetta “Galasso” che prevedeva un vincolo di tutela per le aree costiere fino a 300 metri dalla linea di costa, sono stati cementificati 302 chilometri di coste (gli autori hanno ottenuto questo dato confrontando le foto satellitari del 2012 con quelle del 1988, le prime disponibili).

Emergono però tendenze positive, come quelle raccontate nelle appendici al volume. È infatti possibile una nuova politica per la gestione dei territori costieri, attenta alla difesa della biodiversità e dei paesaggi, che possono diventare laboratori in cui dare spazio a forme di turismo più sostenibili e legate al territorio e alle sue tradizioni. Laddove queste opportunità sono state colte i risultati sono significativi, come nel caso del comune di Posada, dello stagno di Molentargius a Cagliari o della Baia dei conigli a Lampedusa.

 
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