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Editoriali

Migliorare il mondo, guardandolo da Davos

di Marco Moro

“Committed to Improving the State of the World”. No, non è il nostro nuovo slogan per rilanciare un libro che ormai non pubblichiamo più da anni (il glorioso State of the World, ideato da Lester Brown e realizzato dal Worldwatch Institute). È semplicemente il claim che al recente World Economic Forum di Davos doveva sintetizzare le intenzioni delle élite neoliberali che ogni anno si ritrovano nella località sciistica svizzera. La domanda sorge spontanea: ma davvero? Davvero i big dell’economia mondiale si sono ritrovati a Davos per spremersi le meningi su come migliorare lo stato del mondo? O, come è ovvio, l’obiettivo del meeting è quello di condividere idee e strategie su come conservare alle élite lo status di élite?

Volendo essere banali: perfino la sola location dovrebbe bastare a smentire anche agli occhi più ingenui che il WEF si occupi di “migliorare lo stato del mondo”. Deregulation, populismo di destra, svuotamento del welfare e della funzione delle istituzioni democratiche, con una sola finalità: fare tutto ciò che serve perché i privilegi di cui godono le élite rimangano tali. Il populismo di destra rassicura i super-ricchi? E allora va bene sdoganare il populismo, va bene Bolsonaro, va bene il cancelliere austriaco Kurz, non caso protagonisti a Davos. Va bene quello che ha dichiarato il Ceo di una grande azienda presente al Forum che, in sostanza, ha affermato “a noi non importa che un governo sia populista o meno, basta che faccia le riforme giuste”. Già, ma giuste per chi?

A Davos, nella fiction di un confronto aperto tra visioni diverse ma equamente accolte, ci sono state anche voci lontane dal mainstream. Quella di Catia Bastioli, per esempio.
Per conoscere a fondo la visione dell’imprenditrice italiana più credibile quando si parla di innovazione sostenibile rispetto alle pratiche economiche correnti, il suo libro, Bioeconomia per la rigenerazione dei territori racconta la genesi e la messa in pratica di quello che oggi si può definire “modello Novamont”. Un modello di business, perché di questo si tratta, che include. Include la relazione corretta con le risorse e l’ambiente, include la creazione di lavoro qualificato e durevole, include la creazione di ricchezza e valore sociale lì dove l’attività produttiva si svolge. Un modello di (bio)economia circolare che è realmente e compiutamente redistributivo e rigenerativo.

Utile comunque guardare a Davos, si scopre sempre qualcosa di buono. Anche la nostra ultimissima uscita, Material Matters, ha qualcosa a che fare con il rituale summit svizzero. Nel 2016 Thomas Rau, che del libro è co-autore con Sabine Oberhuber, ottenne una nomination al WEF Circular Leader Award. Non male per un autore che sostiene che sia la proprietà privata delle materia il nodo da sciogliere per attivare un meccanismo di circolarità realmente efficace.

 
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