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Editoriali

Quando la realtà non sa fare il suo mestiere

di Marco Moro

 

Negli anni Quaranta del secolo scorso, Jorge Luis Borges scrisse una serie di racconti che in Italia venne pubblicata da Einaudi, per la prima volta nel 1955, sotto il titolo di Finzioni.

Non mi avventuro in interpretazioni dell’opera borgesiana, non ne sono in grado. Certo è che da semplice lettore quella raccolta mi sembra soprattutto una spettacolare prova “muscolare” d’autore, una dimostrazione di multiforme erudizione e di vertiginosa creatività.

La sto prendendo alla larga, ma tra questi racconti brevi si trova la descrizione di un processo di sostituzione tra il mondo reale e un mondo immaginario (Tlön, Uqbar, Orbis Tertius), inventato di sana pianta. E si tratta di una sostituzione che, nel racconto, avviene mediata dagli strumenti della comunicazione, come un’enciclopedia di cui “casualmente” appaiono tracce e poi isolati volumi, e che contiene la descrizione perfettamente dettagliata di questo mondo che non esiste. Nel racconto Borges sfodera una frase, un’immagine, di una potenza straordinaria, quando descrive il progressivo imporsi di questa realtà fittizia su quella “vera”: “Quasi immediatamente la realtà ha ceduto in più punti”.

 

Bellissimo. La realtà come costruzione mentale che inizia a dissolversi quando una costruzione mentale più forte e convincente si presenta, come dire, sul mercato.

Ma un’immagine come questa non vi ricorda qualcosa? Non assomiglia molto al nostro presente in cui si postula e si pratica la post-verità? E non vi sembra che descriva bene il rapporto attuale tra le nostre società e la realtà contingente del pianeta su cui viviamo?

Il modo in cui non riusciamo a vedere, a percepire per quello che è, la realtà della crisi ambientale che stiamo provocando? Cosa si è sostituito alla realtà? Il racconto di un mondo inesistente, ma perfettamente argomentato su dogmi apparentemente razionali e solidissimi. Il mondo in cui possiamo crescere indefinitamente, consumare e possedere sempre di più, e per questo vivere sempre meglio.

A parte ciò che si può opinare su questa idea di “meglio” e sui suoi effetti reali, siamo davvero convinti di vivere su questo pianeta che in realtà non esiste? In effetti sembra che la realtà — per noi consumatori, per il mondo dell’economia, per quello della politica, per quello dei media — non stia solo presentando le prime crepe. Sembra essersi già accasciata, da tempo. Ha “mollato il colpo”, ha rinunciato a fare il suo mestiere: essere ed essere percepita come la realtà, e indurre azioni conseguenti.

Nel racconto di Borges il nuovo ordine mondiale è stato immaginato e costruito pazientemente da una società segreta, una “setta benevola”. Un’immagine che difficilmente può aderire a quella di chi (lobby del petrolio, pseudo-esperti, scienziati, politici o giornalisti a libro paga) oggi nega l’esistenza del climate change e le sue origini. Come “setta benevola” quindi, vediamo meglio gli scienziati dell’IPCC, e al posto della misteriosa Anglo-American Cyclopaedia possiamo proporre l’edizione aggiornata e ampliata di Il clima è già cambiato di Stefano Caserini (che è anche membro di un’altra setta benevola, quella che anima il blog climalteranti.it). E in questa società per niente segreta mettiamo anche (in una setta che si rispetti c’è sempre un “gran maestro”) Walter Stahel, padre del concetto di economia circolare di cui pubblichiamo il nuovissimo Economia circolare per tutti. Per tutti o quasi: se ci accontenta di banalizzare e distorcere l’idea, va bene tutto. Se si vuole capirla a fondo, serve Stahel.

E come ultimo membro della setta un posto spetta a Mario Bonaccorso, il “bioeconomista”, che in Che cos’è la Bioeconomia descrive nel dettaglio – come gli oscuri enciclopedisti di Borges – i concetti e le esperienze più avanzate nella conversione dell’economia verso l’uso sostenibile di materie prime rinnovabili. 

Pezzo a pezzo, si compone l’immagine di una “realtà reale” più desiderabile di quella che accettiamo ogni giorno.

 
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