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Educare a pensare in sistemi

Se lo spreco di cibo fosse un paese, sarebbe il terzo per emissioni di CO2 dopo Stati Uniti e Cina. Se l’impronta idrica globale che ne deriva fosse un fiume, sarebbe tre volte lo scarico annuale del Volga, e se fosse un lago, il suo volume ammonterebbe a tre volte quello del Lago di Ginevra.
Il costo diretto dello spreco di prodotti agricoli è di circa 750 miliardi di dollari, pari al Pil della Svizzera. Ma gli enormi costi indiretti che paga l’umanità sono difficilmente quantificabili, e sono la perdita di biodiversità, terra, acqua e gli effetti negativi del cambiamento climatico. 
Eppure, la produzione di cibo non riesce a rispondere ai bisogni fondamentali di gran parte dell’umanità e si stima che dovrà aumentare del 60% per soddisfare la domanda della popolazione nel 2050.

Come fare di più con le risorse disponibili a livello locale, senza chiedere alla Terra di produrre di più?
Immaginate chilometri e chilometri di una savana completamente desolata, senza traccia di alberi o uccelli in vista. Nella Colombia Orientale, più di 250 anni fa i conquistadores spagnoli disboscarono 20 milioni di ettari per ricavare una vasta area destinata al pascolo e all’allevamento. Nella valle dell’Orinoco, da allora, non è cresciuto più nulla.
Sembra impossibile che in un terreno così inospitale sia stata rigenerata una foresta tropicale, grazie al desiderio di un uomo di mettere alla prova un’idea: se fosse stato possibile creare una società sostenibile in condizioni politiche, sociali e ambientali così avverse, sarebbe potuto accadere lo stesso in qualsiasi altra parte del mondo. 
La riuscita rigenerazione della foresta ebbe inizio piantando pini inoculati di micorrize (associazioni simbiotiche tra radici e funghi, con lo scambio di sostanze nutritive) e portò a una reazione a catena di effetti positivi, che sorpresero anche gli iniziatori del programma. Oggi, Las Gaviotas ha riacquistato la sua biodiversità originaria, fornendo cibo delizioso alla popolazione e riequilibrando il clima.
I problemi più gravi dell’umanità possono essere risolti in modi innovativi quando le menti più creative si mettono all’opera. È questa la filosofia su cui è fondato Zeri, un network che si propone di fornire un futuro sostenibile per le generazioni successive. Ed è questa la filosofia che Gunter Pauli vuole trasmettere ai più piccoli con le sue favole, per renderli protagonisti del proprio futuro.
Attraverso la strategia educativa sviluppata da Zeri, i bambini imparano a trovare e a implementare soluzioni attraverso la comprensione della natura, i cui cinque regni – batteri, alghe, funghi, piante e animali – cooperano armonicamente, e dove nulla viene sprecato. 
Parallelamente, vengono stimolati più livelli d’intelligenza – conoscenza scientifica, intelligenza emotiva, espressività artistica, comprensione dei sistemi complessi. Le narrazioni sono basate su reali informazioni scientifiche, utili nella vita quotidiana e raccolte attraverso i numerosi progetti messi in campo da Zeri nel corso degli anni.

Non esistono principi, né principesse, né fate turchine, né eroi, ma gabbiani, fringuelli, capre, iguane e armadilli. I rappresentanti del mondo animale conducono i bambini nella trama di una storia, educandoli ad affrontare i problemi con una prospettiva di sistema, per far sì che trovare le risorse disponibili per soddisfare i bisogni di base di tutti non sembri più una missione impossibile. 
Scienza e fantasia, dunque. Per crescere dei piccoli innovatori infatti, è necessario coltivare quella fondamentale capacità che la maggior parte degli adulti sembra avere perso: “La nostra generazione fa solo quello che sa fare – ha dichiarato Gunter Pauli — ma per cambiare il mondo serve uno scatto di fantasia. E, in questo, i bambini sono magici.”

 
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