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Il tassello fondamentale della nuova rivoluzione industriale

È disponibile nelle librerie Che cosa è la bioeconomia, il nuovo libro di Mario Bonaccorso con Irene Baños Ruiz. Il libro, dopo una ricostruzione della genesi del concetto di bioeconomia, esamina gli scenari presenti e futuri, nel nostro paese e sullo scacchiere internazionale, di quella che si candida a essere uno dei componenti essenziali della prossima Rivoluzione industriale. Abbiamo chiesto a Mario Bonaccorso di approfondire alcuni dei temi del libro.

 

Comincerei trasformando in domanda il titolo del tuo libro: “che cosa è la bioeconomia”? E davvero la bioeconomia può avere un ruolo rilevante nell’ambito dell’economia più “tradizionale”?
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“La definizione di bioeconomia è dinamica ed è fortemente connessa alle differenti realtà locali, tanto che in molti ritengono che sarebbe più corretto parlare di “bioeconomie”. Secondo l’Unione europea, è ‘la produzione di risorse biologiche rinnovabili e la conversione di queste risorse e flussi di rifiuti in prodotti a valore aggiunto, come alimenti, mangimi, prodotti a base biologica e bioenergia’.

Si tratta della più grande opportunità di coniugare sviluppo economico, creazione di posti di lavoro altamente qualificati e sostenibilità ambientale che ha la nostra generazione. È un cambio di paradigma economico e sociale profondo, che sta investendo, in tutto il mondo, l’industria, le comunità rurali e urbane, le istituzioni e i cittadini per produrre con ciò che è disponibile localmente. Parliamo di scarti agricoli, sottoprodotti dell’industria alimentare, rifiuti organici, che da problemi da gestire diventano materie prime per la produzione di prodotti innovativi ad alto valore aggiunto. Ha già un ruolo rilevante nell’economia, visto che – come ricorda Philippe Mengal nella prefazione del libro – nell’Unione europea la sola industria bio-based dà lavoro a 3,7 milioni di persone e genera un volume d’affari di 700 miliardi di euro. Il suo potenziale è enorme: la Commissione europea si attende la creazione di un milione di nuovi posti di lavoro entro il 2030, la maggior parte dei quali nelle aree rurali.”

 

Quali sono i paesi che stanno puntando con più convinzione sulla bioeconomia?
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“In Europa, metto in prima fila i Paesi Bassi e la Finlandia, per la loro capacità di fare sistema e di puntare con convinzione sull’innovazione nel quadro delle loro strategie di sviluppo sostenibile e lotta al cambiamento climatico. Hanno una ricerca di base eccellente, capacità di fare scale-up tecnologico, grandi imprese innovative che hanno intrapreso la strada di una vera e propria conversione su base biologica (pensiamo all’industria della cellulosa e della carta in Finlandia ampiamente citata nel libro), governi nazionali e locali con visione, strategia, piano d’azione e fondi, indispensabili perché senza soldi da investire una visione è destinata a diventare allucinazione. Fuori dall’Europa, segnalo la Thailandia e il Canada. Il che dimostra che molto spesso non è necessaria una strategia per supportare la bioeconomia (entrambi questi paesi ne sono privi), ma un quadro politico e regolatorio coerente e stabile.”

 

E l’Italia?


“L’Italia, dal mio punto di vista, ha molte carte da giocarsi, grazie soprattutto a Novamont. Visione, passione, competenza e determinazione di Catia Bastioli, suo amministratore delegato, ci hanno fatto diventare un paese leader, anticipatore della bioeconomia per molti aspetti. Come viene ricordato nel libro, l’intuizione di integrare chimica e agricoltura nasce all’interno del Gruppo Montedison grazie a Raul Gardini alla fine degli anni Ottanta. È da quel nucleo di ricerca che si è sviluppata Novamont. Il suo modello di bioraffineria integrata nelle aree locali è oggi applicato in moltissimi paesi. Oggi in Italia abbiamo impianti primi al mondo nel loro genere – come quello di Mater Biotech in Veneto che produce 1,4 butandiolo da biomassa e quello di Matrica in Sardegna, joint venture tra la stessa Novamont e Versalis. Oltre a questo abbiamo un’ottima comunità scientifica, start-up interessanti (nel libro vengono citate Vegea e Orange Fiber), imprese innovative e anche buoni amministratori locali, che hanno compreso il grande potenziale di una bioeconomia circolare e sostenibile. Manca però un approccio olistico in grado di mettere insieme settori diversi e problematiche ampie. Abbiamo una strategia sulla bioeconomia, ma dal mio punto di vista non è inserita all’interno di una visione di come vogliamo che sia l’Italia nel 2030 o nel 2050. Mancano soprattutto un piano d’azione e la capacità di investimento che hanno altri paesi. Sono convinto che con gli strumenti adeguati l’Italia possa ambire a un ruolo di maggiore leadership in questo settore, creando un ponte tra l’Europa e la sponda meridionale del Mediterraneo. La bioeconomia si basa su collaborazioni e contaminazioni.”

 

La bioeconomia trova spazio nelle proposte per un Green New Deal negli Stati Uniti?
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“Lo trova necessariamente, perché non può esserci alcun Green New Deal senza bioeconomia. Del resto, gli Stati Uniti, a partire dalla strategia presentata da Obama nell’aprile del 2012, dimostrano di credere enormemente nell’economia basata sull’impiego di risorse biologiche. Nel libro viene ricordato come il programma Biopreferred, che stimola l’acquisto di prodotti bio-based da parte delle autorità pubbliche (con un sistema di standard ed etichettature efficace), abbia generato un valore aggiunto per l’economia americana di 393 miliardi di dollari nel 2014, con la creazione di 4,2 milioni di posti di lavoro, diretti e indiretti. E una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra stimata dagli esperti in 10 milioni di tonnellate.

L’iniziativa di Alexandria Ocasio-Cortez negli Stati Uniti ha il grande merito, dal mio punto di vista, di unire il focus sull’ambiente a quello sulla disuguaglianza. Io credo che i tempi siano maturi per un Green New Deal mondiale, a partire dall’Europa.”

 

Si parla molto dell’inquinamento da microplastiche. Che contributi può dare la bioeconomia alla risoluzione di quello che è considerato il “peggior problema ambientale assieme al riscaldamento globale”?
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“Anche in questo caso, la bioeconomia può dare un contributo importante con lo sviluppo di microplastiche biodegradabili per i cosmetici sia da risciacquo (docciaschiuma e detergenti vari) sia da non risciacquo (trucco, creme solari ecc). Queste microplastiche sono in grado di biodegradare nel depuratore nel giro di pochi giorni. In questo modo nessun residuo finisce nei mari e nei fiumi. In Italia abbiamo due imprese importanti attive in questo settore: la citata Novamont e Bio-on, nata nel 2007, che si sta mettendo in luce come una delle più dinamiche nel settore delle bioplastiche.”

Quali sono i rapporti (se ci sono) tra bioeconomia e Industria 4.0, e tra bioeconomia e IA, Big Data e le varie rivoluzioni nella genomica (penso alle varie tecnologie di editing genetico?)
“La bioeconomia ha connessioni con tutti i temi che hai citato. È una vera e propria rivoluzione industriale (e culturale), che nutre ed è nutrita a sua volta da tutte le altre rivoluzioni tecnologiche in corso. Sarà sempre più strategica per i Paesi e per le imprese la capacità di innovare, di generare know-how per favorire lo sviluppo di prodotti e processi più efficienti sia dal punto di vista economico e sociale sia dal punto di vista ambientale. In questo quadro le biotecnologie industriali sono il vero motore della bioeconomia. Non è un caso che una società biotech come Genomatica si sia ritagliata un ruolo di game changer arrivando a stipulare accordi di partnership con grandi gruppi chimici come Braskem, Novamont, Versalis e da ultimo Covestro. O che un gruppo chimico come BASF (il primo al mondo) abbia acquistato Verenium nel 2013 in America per entrare nel mercato degli enzimi. Un mercato, di cui oggi detiene circa il 50% il colosso biotech Novozymes, che sarà sempre più strategico per le innovazioni dell’industria chimica e non solo.”

 

 
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