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C'è un mondo dopo il Pil

All’inizio di Il mondo dopo il Pil, Fioramonti racconta la storia di Nauru, lo stato più piccolo della Micronesia. Famoso per la sua bellezza, dopo la Seconda guerra mondiale il minuscolo atollo del Pacifico scalò rapidamente le classifiche mondiali sul Pil pro capite, e a metà degli anni ’80 era persino davanti ai paradisi della finanza come il Lussemburgo e ai petrolstati arabi.

La sua fortuna era stata costruita sullo sfruttamento delle ingenti riserve di fosfati, una delle basi per la produzione industriale dei fertilizzanti, ma alla fine degli anni ’80 il vento cambiò bruscamente. Le miniere, sovrasfruttate, iniziarono a esaurirsi, lasciando un paesaggio devastato e contaminato, in cui persino i regimi delle piogge erano stati alterati a causa della deforestazione incontrollata. Per rimediare al calo degli introiti, i governanti dell’isola la trasformarono in un paradiso fiscale, e poi accettarono di costruire dei centri di detenzione per i migranti per conto dell’Australia. Gli abitanti dell’isola, privi di prospettive economiche e imprigionati in una spirale di degrado degli ecosistemi e delle infrastrutture di base, possono solo emigrare in Nuova Zelanda e Australia. La cultura tradizionale, basata su pesca e piccole coltivazioni, non è più sufficiente a sostentare gli abitanti rimasti, che devono quindi consumare cibi industriali importati. Questo ha generato una crisi sanitaria gravissima, con livelli di obesità e malattie correlate al sovrappeso che non hanno eguali al mondo. A complicare il tutto, poi, l’ombra dell’innalzamento del livello del mare provocato dal riscaldamento globale, con la salinizzazione delle falde acquifere e i danni alle infrastrutture.

Il caso di Nauru, come Fioramonti riconosce da subito, è “estremo”. Tuttavia, può essere considerato una sorta di immagine frattale dell’economia contemporanea, impostata su una logica lineare di estrazione-trasformazione-eliminazione e indebitamento che sta mettendo a rischio la tenuta degli ecosistemi e delle società umane. Per Fioramonti, uno degli strumenti per correggere questo sistema è la ridefinizione degli strumenti di misura della ricchezza e della prosperità. La sua critica si incentra in particolare sul Pil, che orienta le preferenze e i comportamenti sociali e quelli delle aziende e dei decisori politici attraverso quella che Fioramonti chiama “una logica dell’adeguatezza, la cornice concettuale attraverso la quale si stabilisce quali provvedimenti politici ed economici sono adeguati e quali non vanno neanche presi in considerazione”. Così facendo, però, trascura gli impatti generati dalle attività delle aziende, derubricandoli a mere “esternalità”, e non dà nessun valore a una serie di attività come la cura interpersonale o degli ecosistemi, che vengono relegate nell’ambito dell’economia informale.

La ridefinizione dei sistemi di misurazione si intreccia inoltre con le misure di contrasto ai cambiamenti climatici e con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile definiti dalle Nazioni Unite.

La proposta di Il mondo dopo il Pil si basa su una convergenza di iniziative dall’alto e pressioni dal basso, convergenza resa possibile e rafforzata dalle tecnologie che consentono di raccogliere dati (indispensabili per arrivare a decisioni ponderate) a una grana fino a oggi impossibile. In questo modo, incentivando il passaggio da un’economia verticistica, basata sulla globalizzazione delle produzioni di massa e sull’obsolescenza, a una più orizzontale, più attenta ai bisogni delle persone e delle comunità locali, questo approccio può condurre alla piena occupazione e alla riduzione delle disuguaglianze, garantendo una prosperità finalmente sostenibile.

 
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