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Addio globalizzazione, è l’ora della performance economy

Negli anni Settanta, Walter Stahel fu il primo a immaginare un’economia a cicli chiusi, analizzandone l’impatto sulla competitività, sull’ambiente e sulla società. In Economia circolare per tutti, descrive le diverse fasi del passaggio da una dimensione artigianale e locale della circular economy, a una industriale e globale, che ne sancisce la piena affermazione come “opzione predefinita”.

Riportiamo un estratto dell’intervista di Matteo Vegetti pubblicata su Business Insider “Walter Stahel, papà dell’economia circolare”.

In quella che lei chiama performance economy, i produttori mantengono la proprietà dei beni e ne vendono l’utilizzo come servizio. Pensa che il passaggio a questo sistema sia davvero fattibile?

“In parte, viviamo già in un’economia della performance. Ogni volta che prendete un taxi o prenotate un albergo, un volo aereo o un biglietto del treno, ciò che state acquistando è l’utilizzo dell’oggetto, non l’oggetto stesso. E il fleet manager — il gestore della flotta, cioè la compagnia aerea o il tassista — vi garantisce che viaggerete in tutta sicurezza. Lo stesso vale per i parchi comunali, le sale da concerti, gli stadi e così via. In tutti questi cosiddetti spazi pubblici, si compra l’utilizzo di qualcosa per un determinato periodo di tempo.

E se vendi a qualcuno un risultato garantito, e sei in grado di offrirlo senza consumare risorse, realizzi un profitto maggiore di prima. In questo senso la performance economy va ben oltre la circular economy.

Si può applicare questo modello anche agli oggetti immateriali. Novartis per esempio vende oggi la performance di alcuni dei suoi costosissimi farmaci contro il cancro. Il medicinale viene somministrato al paziente, ma se i risultati promessi non vengono riscontrati dai medici che l’hanno in cura, Novartis ne rimborsa il costo — e stiamo parlando di circa mezzo milione di dollari per paziente.

Altri esempi sono Michelin, che vende pneumatici come servizio o in modalità pay-per-mile, o Rolls Royce che vende ore di volo alimentate dai suoi motori per jet.”

[...]

Lei pensa davvero che questo modello possa funzionare dal punto di vista economico?
“A mio parere sarà il passaggio a una performance economy a consentire agli attori economici di realizzare più profitti di quanti non ottenessero nella società di consumo.

Esistono anche alcune ragioni tecniche che suggeriscono di procedere in questa direzione. Tutti parlano di mobilità elettrica, ma una cosa di cui la gente non si rende conto è che un motore elettrico ha una vita tecnica di un centinaio d’anni, mentre quello a combustione viveva per trent’anni. Inoltre i motori elettrici non hanno quasi bisogno di manutenzione, mentre quelli a combustione necessitavano di controlli e regolazioni annuali.

Un’azienda come Tesla ovviamente ha bisogno di soldi; è per questo che vende le sue vetture, mentre se le cedesse a noleggio potrebbe dover aspettare vent’anni per incassare la stessa quantità di denaro.

Ma quando le case automobilistiche si renderanno conto che la mobilità elettrica non richiede né manutenzione né assistenza — malgrado possa effettivamente richiedere servizi di riparazione — capiranno che guadagnerebbero più soldi noleggiando i veicoli che vendendoli. Le vetture elettriche offrono questa possibilità per la prima volta, perché sono tutte tecnologie con una vita molto lunga.”

 

Continua a leggere l’intervista su Business Insider, 18 novembre 2019

 

 

 
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