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Editoriali

È l’ora della green education?

di Marco Moro

 

250.000: in euro è il premio per il concorrente che vincerà quest’anno la 13a edizione de “Il Grande Fratello” mentre in dollari USA (quindi un bel po’ di denaro in meno) è l’ammontare del riconoscimento che andrà al vincitore del World Food Prize 2014, il Nobel del cibo e dell’alimentazione, attribuito a persone che con il loro lavoro o le loro ricerche abbiano sostanzialmente migliorato la quantità, qualità e accessibilità del cibo nel mondo.

Difficile commentare, e fin troppo facile fare dell’ironia o trarre conclusioni catastrofiste sullo stato della cultura nel mondo. Senz’altro è la Norman Borlaug Foundation che dovrebbe essere più generosa in merito all’entità del WFP. Può essere che non siano al corrente dei premi in palio al GF 13, altrimenti ritoccherebbero, no?

Comunque, per chi fosse interessato, “nominare” un candidato al World Food Prize è molto complesso: non basta un sms. Si può però suggerire un nome a Danielle Nierenberg, che su Food Tank sta raccogliendo le preferenze su una rosa di candidati proposti dalla sua organizzazione.

 

Su chi secondo noi andrebbe votato non ci sono dubbi: Lester Brown, che per primo ha messo a fuoco i nessi fondamentali tra sistemi ambientali, popolazione e sistemi agroalimentari.

A proposito, il prossimo 28 marzo Lester compirà 80 anni (auguri!). Ben spesi, decisamente. E uno dei riconoscimenti migliori alla sua opera è forse rappresentato da dati come quelli sulla crescita della formazione “green” nei corsi di laurea e negli insegnamenti che fanno riferimento alle prospettive di riconversione dell’economia e alla connessa innovazione culturale, sociale, tecnologica e scientifica. Dati positivi anche in Italia, come riportano diverse fonti (Isfol, per esempio) e come documentano puntualmente anche le nostre pubblicazioni quando parlano di green jobs o di green new deal. E trovare dati positivi di questi tempi in Italia, non è cosa da poco.

La crescita della formazione “green” si concentra oggi prevalentemente in facoltà o percorsi di studio tecnico-scientifici, ma proprio Lester Brown ci ricorda, nella sua autobiografia, l’importanza che la capacità di attraversare i limiti disciplinari ha avuto nel permettergli di raggiungere quei risultati che spiegano le oltre 20 lauree honoris causa collezionate lungo la sua carriera: “Libero dai confini di una specifica disciplina, sono in grado di analizzare i macro-fenomeni cui il mondo è posto di fronte in modo sistemico. (…) In un mondo dove la specializzazione è diventata la norma, c’è fame di una più ampia comprensione interdisciplinare dei più urgenti problemi globali”. Questa visione, condivisa e interpretata da molti tra i nostri autori, pone in una luce diversa il tema del rapporto tra saperi e il loro futuro, che anima un dibattito presente tanto a livello nazionale quanto internazionale. La contrapposizione tra saperi tecnoscientifici e umanistici, che vedrebbe questi ultimi soccombere inevitabilmente è stigmatizzata da chi afferma che squalificare i saperi umanistici “significa squalificare non lo spirito critico, che certamente può trovare terreno fertile anche in una formazione scientifica, ma la capacità di organizzare e strutturare tale spirito collegando ambiti diversi, di portarlo a visioni generali”.

 

Nel pensiero della sostenibilità questa presunta contrapposizione si ricompone. E ce n’è bisogno: come afferma Daniel Cohn-Bendit nel contributo scritto per il prossimo rapporto di Legambiente “Ambiente in Europa”, per uscire dalle crisi generate dal modello economico corrente serve una riattivazione dell’immaginazione e intelligenza politica nei cittadini. Immaginazione che per raggiungere quelle visioni generali di cui sopra, e sfuggire alle regressioni nazionaliste o localiste, necessita di un modello e di una “piattaforma” di contenuti e valori in ogni ambito del sapere, che utilizzi ogni declinazione della nostra intelligenza. Su come sia (o come possa essere) composta questa “piattaforma di pensiero”, interverranno le nostre prossime uscite. Morin, Fitoussi, Stiglitz, Habermas, il già citato Cohn Bendit, con le più autorevoli voci italiane, con il nuovo Rapporto al Club di Roma di Rockström e Wijkman. Seguiteci.  

 
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