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Editoriali

Dai manifesti alle agende

L’anno appena terminato ha visto nel nostro paese una fioritura singolare di iniziative che sono sfociate nella stesura e divulgazione di un Manifesto o nella convocazione di Stati generali. Sono termini, "Manifesto" e "Stati generali", che non hanno evidentemente ancora perso la loro capacità evocativa. Il fatto che vi sia stato di recente un ricorso così intenso a tale terminologia è un sintomo significativo. Nel concreto, anche se alle porte non sembrano esserci rivoluzioni, qualcosa si è mosso mentre il paese si avvitava sempre di più in una crisi profonda e multiforme. Senza voler spacciare una valutazione “a pelle” con il frutto di una vera analisi di quanto è accaduto e di quanto è stato prodotto, si può certamente affermare che molte componenti della società hanno ritenuto fosse giunto il momento di promuovere un cambiamento e si sono impegnate a elaborarne i possibili contenuti. Non mi riferisco naturalmente a quanto prodotto nel contesto del sistema dei partiti, piuttosto a iniziative che fanno riferimento a tanti tra i volti che può assumere l’espressione “società civile” e a questo proposito: quanto obsoleta e inadeguata è una prassi che insiste nel qualificare come Parti sociali solo imprese e sindacati? E infatti a esprimersi sono stati soprattutto altri soggetti, che sono intervenuti su tematiche economiche, sociali e culturali, spesso su tutte e tre assieme, e anche questo è molto interessante. Se il Manifesto per un futuro sostenibile dell’Italia, presentato a Milano a novembre del 2011 interveniva essenzialmente su quale indirizzo dare allo sviluppo economico e come riuscirci, altri più recenti documenti, come il Manifesto per un’economia sociale o Italia sveglia! allargano l’ambito di intervento facendo emergere temi come il rapporto tra economia e territorio, i beni comuni, la valorizzazione del capitale sociale, un diverso ruolo internazionale dell’Italia, l’urgenza di intervenire sulla drammatica crescita di ineguaglianza (e su questo vale sempre il consiglio di leggere Tim Jackson e Diane Coyle) e ingiustizia, solo per citare alcuni dei punti su cui i documenti citati focalizzano la loro attenzione. Le azioni partite con maggiore anticipo, come quella promossa dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, hanno anche già avuto un esito in termini di reale e ampia partecipazione, con il processo sfociato negli Stati generali della Green Economy. Ma per restare nell’ambito “green”, vanno citati almeno gli Stati generali delle energie rinnovabili — che hanno portato alla recente nascita del coordinamento energie rinnovabili ed efficienza energetica sotto la sigla FREE — o gli Stati Generali della bicicletta, svoltisi a Reggio Emilia. E questi sono solo pochi esempi. Ci sono stati, è vero, anche gli Stati generali della cultura ma, come ha commentato qualcuno, hanno fatto vedere tutto ciò che la cultura non dovrebbe più essere e comunque a un evento “top-down” come quello preferiamo opporre una iniziativa “bottom-up” e certamente più coraggiosa come il Manifesto degli editori indipendenti a cui Edizioni Ambiente aderisce. E ora? Ora la parola è ai partiti. Ogni spazio di visibilità sui media è sequestrato dal “dibattito” elettorale, il reality di successo di questo inizio d’anno. Che fine farà tutta questa produzione di idee nelle mani di soggetti che hanno dimostrato di essere capaci perlopiù, quando va bene, di agende anzi di agendine così piccole, ma così piccole, che di solito il giorno dopo le elezioni vengono perse? A maggior ragione la società civile non può quindi permettersi di perdere lo slancio che si è manifestato in questi mesi. Per parte nostra, saremo ancora impegnati nelle iniziative che abbiamo fin qui documentato e contribuito a promuovere e anche in altri, nuovi, Manifesti. Nuove idee e visioni proposte a un paese vivo nel corpo sociale ma mummificato se visto attraverso il cosiddetto “dibattito politico” o nel confronto tra le cosiddette “parti sociali”.
 
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