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Editoriali

Il culto delle Grandi opere

di Marco Moro

 

Un’ideologia, sostenuta e alimentata da un solidissimo conglomerato di adepti, fatto di interessi imprenditoriali, politici, finanziari e persino accademici: è il “partito delle Grandi opere”, trasversale agli schieramenti e strettamente abbarbicato a un’idea di sviluppo che ricorda tanto gli anni del boom economico. Più di mezzo secolo fa, un altro mondo.

E le autostrade, icona di quel periodo, sono infatti uno dei totem di questa religione. Sarà solo nostalgia degli autogrill?

Se questa ipotesi non vi convince del tutto, se non siete portati a credere che il desiderio di una “rustichella” possa essere il motore che muove miliardi di euro, se “infrastruttura essenziale per Expo” vi sembrava già una motivazione vagamente debole, allora Anatomia di una grande opera. La vera storia delle Brebemi è una lettura che fa per voi. L’inchiesta condotta da Roberto Cuda, Andrea Di Stefano e Damiano Di Simine, disseziona la vicenda della famosa autostrada su cui si giocava a pallone, cercando di trovare risposte alle tante domande che questa storia suggerisce. Perché un tratto autostradale pressoché parallelo a un altro già esistente e già in corso di ampliamento al momento dell’avvio del nuovo progetto? Perché altre autostrade nella regione che già ne possiede la maggiore densità per kmq? Perché altro trasporto su strada (almeno altri 200 km di strade e autostrade, oltre la Brebemi, sarebbero necessari secondo il governatore lombardo) in un territorio dove il livello di inquinamento dell’aria è tra i peggiori d’Europa? Perché un’operazione strombazzata come simbolo dell’operosità lombarda – con un gusto involontario per la macchietta (il cumenda che fa tutto da sé, con le proprie forze, versione 2.0 aggiornata al project financing) – finisce per avere bisogno del denaro pubblico? Perché è così solida la religione dei megaprogetti?

 

Così, con l’eccesso di understatement che troppo spesso ci caratterizza, abbiamo fatto scivolare tra cene natalizie, panettoni e carta da regali la ripresa della collana Verdenero, una delle iniziative editoriali che più ha caratterizzato la nostra identità, a partire dal lancio avvenuto nel 2007. To be continued, sempre a fianco di Legambiente: infatti, se sul fronte dell’ecomafia, tema originale del progetto Verdenero, la legge sugli ecoreati rappresenta un traguardo raggiunto, c’è da occuparsi di tutto ciò che produce danno all’ambiente, alla salute, al bene comune e perfino all’economia senza costituire di per sé reato e senza vedere necessariamente in azione la criminalità organizzata.

 

Documentare anche singole vicende esemplari fornendo però, parallelamente, gli strumenti utili a collocarle e interpretarle alla luce di uno scenario globale: questo rimane uno dei cardini della nostra politica editoriale. Se la realizzazione di una infrastruttura può essere letta come testimonianza di un modello di sviluppo, un libro come Grande mondo, piccolo pianeta offre gli elementi necessari a capirne i limiti e gli effetti rispetto ai grandi trend della crisi ambientale e socioeconomica. Johan Rockström è oggi forse lo scienziato più ascoltato in merito alle condizioni ambientali del pianeta e ai principali fattori di crisi. Ma nell’approccio che caratterizza tutta l’attività dello Stockholm Resilience Centre è sempre presente la capacità spingere l’analisi sulle cause e sulle soluzioni possibili. In questo volume la comunicazione di tematiche straordinariamente complesse – sfida che raramente riesce alla scienza – raggiunge un eccezionale livello qualitativo, stabilendo quasi un nuovo standard per la divulgazione scientifica. Si potrebbe pensare – e probabilmente non si sbaglia – che l’idea di questo volume si nata da una semplice considerazione: “non la capite solo con parole? Allora proviamo a metterci anche le figure”. Ed ecco Grande mondo, piccolo pianeta, con le parole di Johan Rockström e le immagini di uno dei più quotati fotografi ambientali al mondo, Mattias Klum, un libro importante, accessibile e bello.

 
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