Non nel mio cortile!
di Paola Fraschini
Nota come sindrome Nimby (Not in my backyard!) descrive l’atteggiamento
di opposizione e di contestazione con cui cittadini, di fronte al rischio che
l’area in cui vivono possa venire contaminata, ostacolano la realizzazione
di infrastrutture e impianti industriali ritenuti altamente impattanti sul territorio.
La preoccupazione dei cittadini può paralizzare qualunque progetto. Il
popolo anti-inceneritori, ad esempio, affolla il web e le piazze dove si svolgono
dibattiti, incontri, conferenze, comizi e spettacoli. Possiamo fare riferimento
all’area di Firenze, Pistoia e Prato. O a quella di Trento. O a quella
di Augusta (Siracusa). Da Nord a Sud, su tutto il territorio nazionale. Ovunque
comitati di cittadini e svariate forme di resistenza.
Le questioni ambientali sono spesso all’origine di conflitti locali che
si esprimono come contrasti tra aspirazioni e interessi diversi. Il conflitto
nasce da differenti visioni delle priorità e del contesto, a volte da
pregiudizi ideologici nonché da scarsa informazione sui reali impatti
e percezione del rischio (a tal proposito si legga Quanto
rischiamo).
C’è chi sostiene che i termovalorizzatori (per non dire inceneritori)
sono delle spaventose bombe ecologiche. Che dai loro camini escono polveri talmente
sottili da non essere rilevate. I costruttori, dal canto loro, dicono che gli
impianti sono tutti all’avanguardia, le emissioni decisamente al di sotto
dei limiti di legge e che con la combustione dei rifiuti si riesce a produrre
energia. Nessuno, però, spiega come, senza termovalorizzatori, si potrebbero
smaltire i rifiuti che si producono ogni giorno. Come se si volesse tracciare
un solco profondo, una trincea invalicabile, tra le proprie ragioni e quelle
di chi amministra la cosa pubblica, anziché instaurare un dialogo e cercare
delle soluzioni condivisibili per il bene comune.
Certamente le amministrazioni locali hanno responsabilità crescenti rispetto
al passato di fronte alle sfide della qualità ambientale, oggi più
che mai è necessario reagire e mettere il problema della sostenibilità
al centro della discussione politica sperimentando soluzioni alternative. Di
tutto questo, e di molto altro, si parla in Gestire
i beni comuni, a cura di Alessandro Bratti e Alessandra Vaccari.
Di solito per affrontare il problema l’ente locale potenzia la comunicazione,
organizza momenti di confronto, cerca di persuadere portando esperienze tecnico-scientifiche
a favore del progetto ecc. Tutte azioni che per società a sviluppo avanzato
sono spesso inefficienti.
Occorre coinvolgere sin dall’inizio del progetto tutti i soggetti interessati,
per affrontare una discussione comune allo scopo di giungere a una soluzione
condivisa. Si tratta, quindi, di promuovere un processo “inclusivo”,
affinché tutti i soggetti implicati assumano il ruolo di decisori responsabili
(abbandonando quello di osservatori passivi e “vittime” di decisioni
terze) e possano contribuire alla soluzione più ragionevole.
I modelli e le applicazioni sono ancora giovani e stanno cercando di sintonizzarsi
con le politiche tradizionali, a loro volta sottoposte a revisioni e trasformazioni.
Perché la sostenibilità locale pone questioni che non sono risolvibili
ricorrendo solo al tradizionale apparato amministrativo e gestionale.
Esiste una “cassetta degli attrezzi” a disposizione degli amministratori
(a tal proposito si legga anche Metodo
CLEAR e La
natura nel conto) e gli strumenti che vi ritroviamo vanno dai sistemi
di gestione ambientale, indicatori e sistemi contabili agli acquisti verdi,
bilancio sociale e di missione, bilancio di sostenibilità fino agli accordi
volontari per la comunicazione.
Gestire i beni comuni rappresenta una guida per chi è responsabile
di decisioni che coinvolgono il territorio e la comunità locale. I curatori
(Alessandro Bratti è stato per oltre 10 anni amministratore del Comune
di Ferrara con delega all’Ambiente e all’Agenda 21) e gli autori
sono, a diverso titolo, protagonisti di questa scena, e sviluppano una riflessione
sui risultati concreti di ogni esperienza nel suo contesto socio-ambientale
proponendo le possibili chiavi di integrazione tra i vari strumenti. Anche alla
luce dei nuovi problemi che emergono ogniqualvolta le discussioni sul bene comune
si trasformano in “conflitti ambientali”.
|