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Nairobi: luci e ombre sul clima di Simona Molinari
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Nairobi: luci e ombre sul clima
di Simona Molinari



Dal 6 al 17 novembre 2006 si è svolta a Nairobi la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici per valutare lo stato di attuazione del Protocollo di Kyoto e individuare i nuovi impegni internazionali. Secondo alcuni partecipanti i risultati sono stati molto deludenti per il rinvio al 2008 della discussione sui nuovi impegni; secondo altri, invece, gli stessi risultati sono da leggere in positivo, dati i progressi fatti soprattutto a favore dei paesi in via di sviluppo. Chiediamo cosa ne pensa Vincenzo Ferrara, che a Nairobi c’è stato, ed è coautore con Alessandro Farruggia di Clima: istruzioni per l’uso. I fenomeni, gli effetti, le strategie (in uscita a gennaio).

La visione ottimistica o pessimistica deriva, secondo me, dalle aspettative alla vigilia della Conferenza: da una parte c’era chi si aspettava che il negoziato marciasse velocemente nella definizione degli impegni e delle azioni da attuare dopo il 2012, cioè dopo la scadenza dell’attuale Protocollo di Kyoto, recuperando Usa e Australia (che non hanno ratificato il Protocollo) e coinvolgendo Cina e India (che con il loro accelerato sviluppo economico stanno ponendo seri problemi al clima). Dall’altra parte c’era chi temeva che Nairobi si concludesse con un completo fallimento, cioè con il risultato di un disimpegno totale sul post-Kyoto, dopo il 2012; proprio quando, viceversa, saranno indispensabili misure più drastiche, e più equamente distribuite, a protezione del clima.
Questo timore non era del tutto ingiustificato. Infatti segnali di disimpegno erano già emersi nella precedente Conferenza di Montreal (dicembre 2005), proprio da parte dei paesi che hanno la responsabilità di circa il 50% dell’inquinamento mondiale e che più degli altri avrebbero dovuto impegnarsi: Usa, Cina, India, Australia, Corea e Giappone.
Ebbene, la Conferenza di Nairobi non ha avuto nessun risultato eclatante dal punto di vista negoziale e delle prospettive a lungo termine, ma ha raggiunto alcuni risultati concreti – anche se di portata più limitata – di una certa importanza, come la decisione di stanziare aiuti per lo sviluppo dei paesi poveri dell’Africa e per ridurre la vulnerabilità di molti paesi ai cambiamenti climatici.
La Conferenza ha quindi deluso chi si aspettava, come la Germania, passi concreti e decisioni operative per ridurre drasticamente le emissioni, mentre in chi temeva il fallimento ne ha risollevato le speranze perché, se non altro, il negoziato non si è insabbiato. Anzi, oltre agli stanziamenti citati la Conferenza di Nairobi ha programmato con precisione i futuri negoziati, stabilendo due fasi: una da quest’anno al 2008 e l’altra dal 2008 al 2012.

Che significato hanno queste due fasi? E perché rimandare al 2008 la definizione dei nuovi impegni per combattere i cambiamenti del clima?
Mettere d’accordo 189 paesi (quanti sono quelli che hanno sottoscritto e ratificato la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) è un problema di dimensioni colossali per le diverse situazioni di sviluppo e per gli interessi spesso conflittuali che questi paesi esprimono. Dunque, il processo negoziale non può andare avanti se non a piccoli passi, che rappresentano però grandi conquiste.
Aver concordato queste due fasi è, infatti, un risultato positivo notevole. Nella prima fase (da oggi al 2008) devono essere risolti tutti i dubbi e le pregiudiziali posti da vari paesi, analizzando le effettive potenzialità (compresi i costi/benefici economici) di riduzione delle emissioni rispetto a un ventaglio di possibili e realistici obiettivi di riduzione. Nella seconda fase, 2008-2012, si deve invece porre mano all’attuale Protocollo di Kyoto per modificarlo sia nella forma che nella sostanza, in modo da farne uno strumento operativo internazionale idoneo a minimizzare l’impatto delle attività umane sul clima fino a riportare, attorno al 2050, il sistema climatico alle sue condizioni di variabilità naturale.
Riportare il sistema climatico alle condizioni di equilibrio naturale significa tagliare le emissioni mondiali di gas serra di almeno il 60% entro i prossimi 50 anni. L’Ipcc ha già verificato che questa riduzione è del tutto fattibile e che, per giunta, non ha gli enormi costi evidenziati dalle prime valutazioni, che non tenevano conto dei “danni evitati”. Al contrario, questo obiettivo è anche economicamente conveniente per lo sviluppo socioeconomico mondiale; a patto, però, che si punti in modo deciso sulle nuove tecnologie e svincolando la produzione di energia dall’uso dei combustibili fossili.
C’è solo una riserva: per un passo di questa portata è necessaria una ferma volontà politica comune, a livello internazionale. Ma tale volontà è apparsa, finora, piuttosto debole e condizionata da alcuni paesi che hanno un peso rilevante sullo scenario economico mondiale come gli Usa, l’Australia, la Cina e l’India, nonostante gli sforzi condotti dalla Unione europea per una comune azione a favore degli interessi generali.
Un’altra difficoltà viene dalla mancanza di consapevolezza del problema del cambiamento climatico, delle sue cause, delle sue conseguenze e di tutte le interrelazioni esistenti con lo sviluppo socioeconomico e la stabilità degli equilibri internazionali. La maggior parte dei decisori politici e dei cittadini, infatti, non ha ancora sufficiente coscienza che il cambiamento del clima è un problema di rischio globale.

C’è qualche speranza che al 2008, quando saranno discussi i nuovi impegni per il dopo Kyoto, anche Cina e India prendano impegni concreti sulla riduzione delle emissioni di CO2?
Le modifiche del Protocollo di Kyoto saranno discusse e attuate a partire dal 2008, ma i presupposti, le condizioni e gli accordi dovranno essere messi a punto tra oggi e il 2008, altrimenti a quella data non succederà nulla. I problemi, quindi, vanno affrontati e risolti nei prossimi due anni.
Tra i vari problemi vale la pena ricordarne uno di fondamentale importanza: l’equità nella suddivisione degli impegni di riduzione, perché ciascun paese interpreta il problema dell’equità secondo le proprie priorità e i propri interessi. Facciamo qui un riassunto delle diverse posizioni.
• L’India e la Cina ritengono che sia equo e giusto ridurre le emissioni secondo criteri basati su “diritti di emissione pro capite”, cioè criteri che considerino le emissioni nazionali in rapporto alla popolazione; ma se questo criterio di equità fosse valido, quasi tutti i paesi industrializzati (a cominciare dagli Usa) avrebbero già dovuto ridurre le emissioni dal 200 al 700%.
• Questo criterio non è ovviamente condiviso dai paesi più industrializzati. Alcuni di essi ritengono più equi criteri basati sull’intensità energetica (emissioni in rapporto al prodotto nazionale lordo); altri ancora pensano che l’equità vada basata sull’efficienza nell’uso dei combustibili fossili (emissioni rapportate ai consumi di fossili).
• Il Brasile ritiene che l’equità debba tener conto anche del passato, e quindi essere coniugata con la responsabilità storica; la riduzione delle emissioni andrebbe determinata quindi in proporzione all’inquinamento che ciascun paese ha storicamente provocato al pianeta.
• E poi ci sono i paesi produttori di petrolio, che rifiutano impostazioni che portino comunque alla limitazione dell’uso dei combustibili fossili, perché le loro economie ne verrebbero seriamente danneggiate.
• Usa, Australia, India e Cina ritengono che la riduzione delle emissioni vada attuata su base volontaria e in relazione alle circostanze nazionali di sviluppo economico, non su base vincolante ma basata su obiettivi di riduzione da attuare in periodi di tempo fissati a priori.
Questi esempi possono dare un’idea della conflittualità fra le diverse posizioni. Senza adeguate soluzioni, sarà molto difficile che nel 2008 si possa procedere a sostanziali modifiche del  Protocollo di Kyoto né all’assunzione di nuovi impegni di riduzione per il dopo 2012.

Il segretario dell’Onu Kofi Annan ha riconosciuto nei cambiamenti climatici una minaccia alla pace tanto quanto le guerre, la povertà e le armi. A Nairobi è stata discussa la possibilità che si scatenino “guerre ambientali”, soprattutto nei paesi in via di sviluppo che più subiscono gli effetti dei cambiamenti climatici?
Ogni popolo ha imparato a utilizzare al meglio le condizioni climatiche caratteristiche del suo territorio in relazione alle proprie capacità e ai benefici che gli ecosistemi naturali disponibili potevano fornire. Quando il clima e le caratteristiche ambientali mutavano, anche i sistemi umani ed ecologici cercavano di adattarsi alle mutate condizioni; le civiltà che non riuscivano ad adattarsi scomparivano, o si scatenavano conflitti per accaparrarsi territori e risorse migliori.
Ma le conseguenze dei cambiamenti climatici non saranno, e non potranno essere, uguali per tutti e geograficamente omogenee: vi saranno benefici per alcuni popoli (ed ecosistemi) e danni per altri. È lecito, quindi, ipotizzare che i popoli che subiranno i maggiori danni cercheranno di rivalersi contro i presunti responsabili della variazione climatica, o contro quelli che risultassero i maggiori beneficiari dei cambiamenti del clima.
Il rischio clima può insomma comportare imprevedibili risvolti negativi nella cooperazione fra i popoli e negli equilibri dei rapporti internazionali. Questi contrasti potrebbero diventare molto aspri se, con le variazioni climatiche, si creassero o si aggravassero le ingiustizie sociali, con possibili degenerazioni di “guerre ambientali” soprattutto fra i paesi più poveri. È un aspetto da non sottovalutare, anzi da considerare in modo prioritario e con grande attenzione.




numero 12 - 12/2006
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