Ricerca sulle cellule staminali,
l'inizio del disgelo
di Gianni Tamino
Bruxelles. Il neoministro dell’Università e della Ricerca Fabio Mussi
ha deciso di ritirare la firma dell’Italia alla “Dichiarazione etica”
che si oppone al finanziamento della ricerca sulle cellule staminali embrionali.
Una decisione che ha riaperto, dentro e fuori il Governo, lo spinoso problema
dell’utilizzo degli embrioni sovrannumerari.
La soluzione adottata in sede governativa è stata quella di costituire
un’ennesima Commissione sui temi della bioetica, affidata al ministro degli
Interni, Giuliano Amato. Ma c’è il rischio che questa commissione
non riesca ad avviare un serio confronto nel merito della Legge
40 del 2004 sulla procreazione assistita, che vieta, tra le altre cose, la
ricerca sulle cellule staminali embrionali.
Risulta in ogni caso insensato imporre a tutta l’Europa la logica della
discutibile normativa italiana, mentre il non finanziamento della ricerca pubblica
europea rischia di favorire le multinazionali del settore farmaceutico, che, operando
in paesi senza restrizioni, possono arrivare a condizioni di monopolio, favoriti
anche dalla possibilità del brevetto, su auspicabili nuove terapie.
Per questo ha fatto bene il ministro Mussi a ritirare la sua firma e altrettanto
bene ha fatto il Parlamento europeo a promuovere il finanziamento della ricerca
sulle cellule staminali.
Le cellule staminali sono un’importante risorsa terapeutica del prossimo
futuro. Ed è necessario avere oggi lo spazio per portare avanti la ricerca
in questo campo.
Come spiega Il
bivio genetico, le cellule staminali sono cellule non differenziate in
grado di dare contemporaneamente origine, dividendosi, a una cellula che evolverà,
dopo ulteriori divisioni, nelle cellule tipiche di un tessuto, e a una nuova cellula
staminale, in grado a sua volta di ripetere questo processo. Le cellule staminali
si trovano sia negli embrioni sia nei feti e anche negli adulti, ma la loro potenzialità
di evolversi in tipi diversi di cellule differenziate tende progressivamente a
diminuire, passando dall’embrione all’adulto.
Già oggi le cellule staminali hanno un’applicazione terapeutica.
Nei trapianti di midollo osseo o di pelle sono impiegate sia cellule di donatore
compatibile sia cellule del cordone ombelicale o cellule di altre parti del proprio
corpo, nel caso dei trapianti di pelle. Ma in futuro si pensa di poter praticare
una vera e propria terapia cellulare, cioè rigenerare tessuti e organi
coltivando le cellule staminali embrionali. Due sono le strade probabili: l’uso
di embrioni sovrannumerari provenienti da fecondazione assistita o ottenere embrioni
umani per clonazione, come è già stato sperimentato negli animali.
La prima strada è quella prevista anche dal voto del Parlamento europeo
ed è praticabile con facilità. Si stima che in Italia oggi siano
migliaia gli embrioni congelati: alcuni (pochi) verranno scongelati e impiantati
alla coppia di appartenenza, altri (la maggior parte) rimarranno crioconservati
fino alla loro inevitabile morte. Senza poter essere utilizzati nella ricerca:
la Legge 40 lo vieta. Invece questi embrioni congelati basterebbero a portare
avanti la ricerca per molti decenni. Credo sia insensato ritenere miglior destino
per tali embrioni il bidone della spazzatura anziché l’uso nella
ricerca.
La seconda ipotesi, invece, nonostante il clamore degli organi di stampa, non
ha dato finora risultati positivi. Inoltre la clonazione di embrioni ottenuti
con la tecnica del trapianto di nucleo è risultata molto imprecisa (solo
rari embrioni animali così ottenuti diventano adulti, mentre gli altri
abortiscono). Cosa succederebbe ad utilizzare cellule staminali di embrioni poco
vitali o danneggiati?
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