Tra diritti e delitti: il giro d’affari dei randagi
di Gianluca Felicetti, presidente LAV
Randagismo? Abbandoni di cani e gatti? Non è solo una questione morale
o di strutture turistiche che non accettano quattrozampe.
Secondo il ministero della Salute, in Italia ci sono 990 tra canili e rifugi e
640.000 cani randagi (di cui tra 160.000 e 213.000 nei canili) e 1.290.000 gatti
randagi (stessa cifra dal 2000).
Secondo la LAV,
invece, i cani vaganti in Italia sarebbero almeno un milione, e 550.000 quelli
nei canili; gli abbandoni si verificano tutto l’anno con punte di oltre
il 30% nel periodo di apertura della caccia, per opera dei cacciatori che “provano”
i cani e si disfano di quelli “non bravi”, e il 25% in estate, per
un totale di circa 100.000 cani e 50.000 gatti abbandonati in Italia nell’ultimo
anno. In Animali,
non bestie è illustrata la legge
189 che stabilisce tutti i delitti nei confronti degli animali che dal primo
agosto 2004 sono perseguibili per legge. Anche abbandonare un animale è
un reato: “Chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito
abitudini della cattività è punito con l’arresto fino a un
anno o con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro".
Il fenomeno del randagismo alimenta un giro d’affari enorme, stimato dalla
LAV in circa 500 milioni di euro l’anno (stima delle sole sovvenzioni pubbliche
per il mantenimento dei cani in canili e rifugi): una cifra a cui spesso –
al di là di singole lodevoli eccezioni – non corrispondono strutture
adeguate né a corretto mantenimento degli animali, dove non si praticano
– come prescrive la normativa – sterilizzazioni e adozioni proprio
al fine di procrastinare, anzi far aumentare, il business.
Ed è il fenomeno degli abbandoni che in gran parte alimenta il giro d’affari
attorno alla gestione di canili privati, che hanno costruito la loro fortuna grazie
a convenzioni milionarie con le amministrazioni locali, spesso stipulate con gare
d’appalto al ribasso d’asta: una struttura con 1.000 cani può
aggiudicarsi appalti fino a 2,5 milioni di euro l’anno per il mantenimento
degli animali, cifre alle quali non corrispondono adeguate cure.
Il giro è alimentato anche da nascite incontrollate e cessioni da canili
e rifugi di animali fertili (ne esce uno, rientra almeno il 50% delle cucciolate):
secondo gli esperti, possiamo prevedere uno stop alla crescita e un inizio di
decrescita solo quando si raggiungerà almeno l’80% di sterilizzazioni.
Recenti controlli operati dai Carabinieri del Nucleo Tutela Ambiente su 283 canili
in Italia hanno rivelato un tasso di illegalità del 13% tra illeciti penali
e amministrativi. I più diffusi sono canili fatiscenti e sovraffollati,
carenze di cibo/acqua, maltrattamenti, elevata mortalità dei cani, soppressioni
eseguite dalle Asl veterinarie e mascherate da eutanasie, mancanza di adozioni,
decessi non denunciati.
Per questo motivo la LAV ha lanciato una petizione con la quale chiedere un primo
impegno concreto al nuovo Governo e alle Regioni: una integrazione alla legge
quadro 281/91 sulla prevenzione del randagismo che preveda maggiori vincoli e
controlli per coloro che gestiscono i canili (standard di qualità e tariffa
minima, numero massimo di cani, presenza obbligatoria di un’associazione
di volontariato, apertura al pubblico e previsione della figura del “cane
libero accudito”), la chiusura dei canili-lager e il perseguimento dei responsabili di maltrattamenti, un’efficiente anagrafe
canina e felina, un piano nazionale di repressione degli abbandoni, le necessarie
sterilizzazioni, qualificazione e sostegno al volontariato che accudisce concretamente
gli animali.
Alla società costa molto di più tenere un cane definitivamente in
un canile che affidarlo a una famiglia rendendole più leggero il mantenimento
dell’animale; una famiglia italiana su tre, infatti, vive con un animale
domestico, che però costa, tra accudimento e spese veterinarie, come se
si trattasse di un bene di lusso e per di più di solito viene penalizzato
per l’accesso a servizi e strutture.
|