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Edizioni Ambiente in questo numero

Il monsone mediterraneo e altre storie di Marco Moro
Grazie al (brutto) clima, la contabilità sarà anche ambientale di Ilaria Di Bella
Il clima sul grande schermo di Michela Di Stefano
Finanziaria ’07. Operazione verde? di Paolo degli Espinosa
Reach, istruzioni per l'uso delle sostanze chimiche di Vincenzo Dragani
All’arrembaggio! Pirati di oggi di Paola Fraschini
Tutte le armi del conflitto (ambientale) di Anna Satolli
Rifiuti e bonifiche: un manuale di sopravvivenza di Simona Faccioli

All'arrembaggio! Pirati di oggi
di Paola Fraschini



Curcuma, pepe, riso, ginger, soja, fagioli, frumento fanno parte di quelle migliaia di prodotti vegetali saccheggiati dal crescente fenomeno della biopirateria, ovvero l’invio di ricercatori in zone ad alta biodiversità per scovare piante o organismi di valore dai quali prelevare dei campioni per isolare i principi attivi e le sequenze genetiche basilari che poi vengono brevettati come “nuova invenzione”. A legittimare il possesso e il controllo esclusivi di risorse, prodotti e processi biologici utilizzati da secoli nelle culture non industrializzate (famoso il caso del riso basmati “made in Usa”) è l’utilizzo dei sistemi di proprietà intellettuale: tramite i Trip (accordi sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio), il Wto si è attribuito il ruolo di regolatore mondiale dei sistemi di protezione della proprietà intellettuale. I principali beneficiari dei Trip sono i centri di ricerca dei paesi industrializzati che vedono garantirsi in ogni parte del mondo i guadagni degli investimenti effettuati, violando la convenzione sulla biodiversità che stabilisce il principio della sovranità degli stati (e dei relativi popoli) sulle risorse. Una nuova forma di colonialismo perpetrata ai danni delle popolazioni native e una colossale rapina che le multinazionali euro-americane, con in testa le grandi industrie farmaceutiche e agroalimentari, commettono ai danni delle comunità indigene dei paesi in via di sviluppo (e non solo, anche in Antartide, unico luogo al mondo a non essere posseduto da nessuno stato, i ricercatori si stanno comportando come biopirati saccheggiando le ricchezze biologiche del continente prima che si possano mettere in atto misure globali adeguate a tutelare la sua biodiversità). In questo modo la millenaria saggezza dei popoli nativi viene derubata e rimane, per almeno vent’anni, proprietà delle multinazionali. Addirittura, per continuare ad utilizzare i loro rimedi tradizionali, gli indigeni si vedono costretti a pagare le royalty alle industrie.
Un esempio recente di cosa significa biopirateria. Nell’ottobre 2006 l’organizzazione umanitaria britannica Oxfam ha accusato Starbucks, il colosso americano della ristorazione, di impedire all’Etiopia di registrare il marchio di due tipi di semi di caffè. Secondo la ricostruzione della Oxfam, nel 2005 il governo di Addis Abeba ha presentato la richiesta per salvaguardare il marchio di registrazione dei nomi dei chicchi più noti, Sidamo, Harar e Yirgacheffe, per controllarne l’utilizzo sul mercato e garantire agli agricoltori una migliore ripartizione dei profitti, questo avrebbe significato per i coltivatori un potenziale introito di oltre 70 milioni di euro (l’Etiopia è uno dei paesi più poveri del mondo). La Starbucks sarebbe però riuscita a bloccare la richiesta dell’Etiopia; il presidente dell’organizzazione per i diritti di proprietà intellettuale Light Years Ip ha riferito che il rifiuto opposto ad Addis Abeba è stato motivato dal fatto che il marchio Sidamo era già stato depositato dalla Starbucks nel 2004...
Secondo quanto scrive Vandana Shiva, l’autrice di Campi di battaglia. Biodiversità e agricoltura industriale, se la biopirateria prosegue, e se il diritto alla proprietà intellettuale verrà riconosciuto solo agli scienziati e alle corporation e non alle innovazioni introdotte dai contadini indigeni e dalle società tradizionali, i poveri diventeranno più poveri, man mano che conoscenze e risorse verranno loro sottratte e quindi privatizzate. Attraverso la registrazione di marchi, i brevetti e il copyright il sapere comunitario, da sempre bene collettivo, gratuito e diffondibile diventa improvvisamente proprietà privata e mercificabile.


numero 1 - 1/2007

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