Punto sostenibile la newsletter di Edizioni Ambiente Edizioni Ambiente
Edizioni Ambiente in questo numero

Il monsone mediterraneo e altre storie di Marco Moro
Grazie al (brutto) clima, la contabilità sarà anche ambientale di Ilaria Di Bella
Il clima sul grande schermo di Michela Di Stefano
Finanziaria ’07. Operazione verde? di Paolo degli Espinosa
Reach, istruzioni per l'uso delle sostanze chimiche di Vincenzo Dragani
All’arrembaggio! Pirati di oggi di Paola Fraschini
Tutte le armi del conflitto (ambientale) di Anna Satolli
Rifiuti e bonifiche: un manuale di sopravvivenza di Simona Faccioli

Tutte le armi del conflitto (ambientale)
di Anna Satolli



Ponte sullo stretto di Messina e Tav in Val di Susa. Due casi noti, due grandi opere che hanno diviso in tempi recenti l’opinione pubblica, tra favorevoli e contrari. Due casi dal forte richiamo mediatico, rappresentativi di un fenomeno sempre più diffuso nel nostro paese: il conflitto ambientale. Altrimenti detto Nimby (not in my backyard), è un neologismo ormai acquisito, che sta a indicare l’opposizione di chi vive su un determinato territorio nei confronti di un intervento (l’alta velocità, un termovalorizzatore, un impianto eolico ecc.) di cui intende, forse, il vantaggio generale mentre percepisce bene che tutte le ricadute negative sono locali. Con una penalità in più. Spesso, infatti, le istituzioni e i promotori che intendono cantierare una certa opera sembrano trascurare del tutto l’informazione, il coinvolgimento e la contrattazione con le comunità locali che devono ospitarla. Da qui nasce il “conflitto”, che ha la spinta della protesta sia sociale che ambientale ed è, spesso, anche il richiamo forte a quel confronto mancato tra tutti gli attori coinvolti.
Ma sui fenomeni Nimby c’è ancora un po’ di confusione. Talvolta sono definiti tali, e paradossalmente affiancati, “conflitti ambientali” di natura e portata ben diversa. Un esempio: la protesta dei miliardari bostoniani che vivono il progetto di installare un impianto eolico nei pressi di Cape Cod (lussuosa zona residenziale) come una minaccia, antiestetica e rumorosa, è un Nimby tanto quanto l’opposizione violenta avvenuta in Cina contro la costruzione della diga sullo Yangtze, che è stata causa di scontri, morti e provocherà lo sfollamento di 2 milioni di contadini?
Occorre distinguere. Non ogni Nimby significa conflitto “giusto”, all’insegna della partecipazione, della equità e della tutela di beni comuni. Dietro a questo movimento di opposizione può anche celarsi un atteggiamento di comodo, il rifiuto tout court rispetto a ogni cambiamento, al di là di una valutazione effettiva e democratica sull’utilità dell’intervento in discussione.
In pratica il Nimby è una “zona” che va ancora esplorata e definita. Se il conflitto vuole essere una dimensione vitale, l’arena in cui giocano tutte le parti e tutti gli interessi, vanno precisati i luoghi, i ruoli e gli strumenti di questo confronto democratico. E in questa direzione ha lavorato il rapporto Ambiente Italia di quest’anno (in libreria a marzo). Realizzato dall’Istituto Ambiente Italia per conto di Legambiente, il focus del 2007 è incentrato sulla gestione dei conflitti ambientali. Il Report introduce il lettore agli strumenti della negoziazione ambientale, lo guida alle dinamiche della partecipazione, lo informa sulla attualità con una speciale “sezione giornalistica” dedicata ad alcuni tra i casi italiani dove il conflitto è, o è stato, più acceso. Chiude il Rapporto una selezione pensata di indicatori economici, sociali, istituzionali e ambientali, che “certificano” la situazione del nostro paese. È una summa di tutti i 100 indicatori, che il lettore trova costantemente aggiornati su uno strumento online che compie un anno di vita: l'Osservatorio Ambiente Italia.


numero 1 - 1/2007

copyright Edizioni Ambiente