Tutte le armi del conflitto (ambientale)
di Anna Satolli
Ponte sullo stretto di Messina e Tav in Val di Susa. Due casi noti, due grandi
opere che hanno diviso in tempi recenti l’opinione pubblica, tra favorevoli
e contrari. Due casi dal forte richiamo mediatico, rappresentativi di un fenomeno
sempre più diffuso nel nostro paese: il conflitto ambientale. Altrimenti
detto Nimby (not in my backyard), è un neologismo ormai acquisito,
che sta a indicare l’opposizione di chi vive su un determinato territorio
nei confronti di un intervento (l’alta velocità, un termovalorizzatore,
un impianto eolico ecc.) di cui intende, forse, il vantaggio generale mentre
percepisce bene che tutte le ricadute negative sono locali. Con una penalità in
più. Spesso, infatti, le istituzioni
e i promotori che intendono cantierare una certa opera sembrano trascurare
del tutto l’informazione,
il coinvolgimento e la contrattazione con le comunità locali che devono
ospitarla. Da qui nasce il “conflitto”, che ha la spinta della
protesta sia sociale che ambientale ed è, spesso, anche il richiamo
forte a quel confronto mancato tra tutti gli attori coinvolti.
Ma sui fenomeni Nimby c’è ancora un po’ di confusione. Talvolta
sono definiti tali, e paradossalmente affiancati, “conflitti ambientali” di
natura e portata ben diversa. Un esempio: la protesta dei miliardari bostoniani
che vivono il progetto di installare un impianto eolico nei pressi di Cape
Cod (lussuosa zona residenziale) come una minaccia, antiestetica e rumorosa, è un
Nimby tanto quanto l’opposizione violenta avvenuta in Cina contro la
costruzione della diga sullo Yangtze,
che è stata causa di scontri, morti e provocherà lo sfollamento di 2 milioni
di contadini?
Occorre distinguere. Non ogni Nimby significa conflitto “giusto”,
all’insegna della partecipazione, della equità e della tutela
di beni comuni. Dietro a questo movimento di opposizione può anche celarsi
un atteggiamento di comodo, il rifiuto tout court rispetto a ogni cambiamento,
al di là di una valutazione effettiva e democratica sull’utilità dell’intervento
in discussione.
In pratica il Nimby è una “zona” che va ancora esplorata
e definita. Se il conflitto vuole essere una dimensione vitale, l’arena
in cui giocano tutte le parti e tutti gli interessi, vanno precisati i luoghi,
i ruoli e gli strumenti di questo confronto democratico. E in questa direzione
ha lavorato il rapporto Ambiente Italia di quest’anno
(in libreria a marzo). Realizzato dall’Istituto Ambiente Italia per
conto di Legambiente, il focus del 2007 è incentrato sulla gestione
dei conflitti ambientali. Il Report introduce il lettore agli strumenti della
negoziazione ambientale, lo guida alle dinamiche della partecipazione, lo informa
sulla attualità con una speciale “sezione giornalistica” dedicata
ad alcuni tra i casi italiani dove il conflitto è, o è stato,
più acceso. Chiude il Rapporto una selezione pensata di indicatori economici,
sociali, istituzionali e ambientali, che “certificano” la situazione
del nostro paese. È una summa di tutti i 100 indicatori, che il lettore
trova costantemente aggiornati su uno strumento online che compie un anno di
vita: l'Osservatorio
Ambiente Italia.