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Edizioni Ambiente in questo numero


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Non si scherza con il fuoco di Paola Fraschini
Danni all’ambiente, sostanze pericolose: le norme di Simona Faccioli
Edilizia no limits di Antonio Pergolizzi

Edilizia no limits
di Antonio Pergolizzi


In sessant’anni più di dodici milioni di ettari di paesaggio italiano sono stati trasformati in cemento. Tre milioni e seicentomila ettari negli ultimi quindici anni: un’area grande quanto Lazio e Abruzzo messi insieme. Che vogliono dire duecentoquarantamila ettari ogni anno. I dati sono quelli ufficiali dell’Istat, e non considerano affatto l’abusivismo edilizio che nel nostro paese viaggia su percentuali vicine al 10% delle costruzioni legali. Case, alberghi, centri commerciali, villaggi turistici spuntano dall’oggi al domani nelle aree più pregiate, lungo le coste, dentro ai Parchi, in mezzo ai boschi. Mattone dopo mattone, l’Italia langue di fronte all’arrembaggio dei costruttori e dei palazzinari. Un esercito di betoniere e ruspe che si muove a suo agio nel mondo politico e gode del consenso sociale di chi offre lavoro. Un consumo di territorio che è stato favorito e incoraggiato dal mercato edilizio da dieci anni in piena espansione, e che solo nell’ultimo semestre sta vedendo una battuta d’arresto, che non significa affatto un calo dei prezzi. Di questo passo in un paio di anni delle nostre campagne e del nostro paesaggio bucolico non rimarrà che un lontano ricordo. E l’amaro in bocca diventa veleno se si pensa che l’espansione edilizia non ha assolutamente risolto l’annoso problema abitativo, soprattutto delle giovani coppie, convivendo benissimo con livelli altissimi di affitti. Ciò significa, semplicemente, che si tratta di consumo di territorio a scopo speculativo: non si soddisfano bisogni reali della gente ma si alimentano rendite fondiarie a livelli mai visti prima. Secondo i dati Cresme riportati dall’ultimo Rapporto Ecomafia di Legambiente, dal 1999 si registra un incremento costante di produzione edilizia che è passata da 193 mila a 331 mila unità nel 2006: cioè una crescita del 71,5%. Un fenomeno non certo contrastato dai comuni che intascano con l’Ici circa il 60% delle entrate, a cui vanno aggiunti gli oneri pagati dai costruttori. A prescindere da questi due elementi di convenienza economica, le amministrazioni comunali non sono riuscite a governare lo sviluppo urbanistico che dal secondo dopoguerra fino ai nostri giorni ha creato “non luoghi”, periferie anonime e degradate, centri storici violentati da porcherie all’insegna del cattivo gusto architettonico tipico degli anni ’60-’70-’80, spodestato il bello e racchiuso i cittadini all’interno di cubi di cemento che ricordano più le fabbriche che le case. Secondo il magistrato di Cassazione e uno dei massimi esperti in materia, Aldo Fiale, a generare il caos urbanistico nelle nostre città hanno contribuito decisamente tre fattori: assenza di pianificazione urbanistica; vigilanza dell’attività edilizia demandata ai sindaci, quindi a organi politici facilmente condizionabili (e poi si dà case alla gente, mica si spaccia droga! – era la giustificazione ricorrente degli amministratori accusati di svendere il proprio territorio); legislazione caotica e poco comprensibile. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Secondo l’Istat la regione che ha consumato più territorio è la Liguria che ha divorato il 45% del suo territorio, seguita dalla Calabria che si è “fermata” al 26%, l’Emilia Romagna e la Sicilia al 22%, la Sardegna al 21% e il Lazio al 19% e così via. Insomma la profezia di Antonio Cederna che paventava per l’Italia un futuro all’insegna del cemento si è, purtroppo, avverata.
Servirebbe una legge che invertisse la tendenza in atto, che ponesse dei limiti tassativi al consumo di territorio, come accade in Germania che ha fissato nel 1998 una soglia di trenta ettari al giorno o la Gran Bretagna che ha stabilito che almeno il 70% delle nuove costruzioni devono sorgere riciclando aree urbane già esistenti, come ex stabilimenti industriali abbandonati. A Londra il sindaco Ken Livingstone ha portato il limite al 100% e garantito totalmente l’integrità della campagna attorno alla città, la famosa green field londinese. In Italia, invece, si invoca l’intervento pubblico per costruire senza fine, con la scusa che è un settore trainante per l’economia del paese e l’unico modo per dare casa a chi non ce l’ha.



numero 10 - 10/2007

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