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Leggero come una libellula
di Alessandro Farruggia*
Bali (Indonesia). I tempi della politica del clima restano incommensurabilmente
più lenti di quelli del cambiamento climatico. A provarlo, se mai ve
ne fosse bisogno, è stata la Conferenza
di Bali. Nel 2012 scadrà il
primo periodo di impegno del protocollo di Kyoto e a Bali bisognava decidere
il da farsi. In questo senso l'obiettivo è stato centrato. Il processo
negoziale che entro il 2009 porterà a una "nuova Kyoto" per il post
2012 è stato messo in moto. Per la prima volta comprenderà sia
i paesi sviluppati - Stati Uniti compresi - sia quelli in via di sviluppo,
che hanno dato la loro disponibilità a mitigare le loro emissioni in
cambio di assistenza finanziaria e tecnologica. Impensabile solo un anno fa.
E non solo. È stato avviato un processo che entro due anni conteggerà le
emissioni evitate non abbattendo le foreste tropicali e sono stati stabiliti
un programma strategico per il trasferimento di tecnologie e avviato un fondo
per l'adattamento. Accanto alle luci, la conferenza sul clima di Bali ha però molte
ombre. In primis è che i tempi restano biblici. Due anni per le trattative,
poi altri tre per ratificare. Come ha osservato il premio Nobel Al Gore parlando
ai delegati, abbiamo 10-15 anni di tempo per raggiungere il picco delle emissioni
e ne impieghiamo cinque per discutere. Il processo è poi sempre a due
binari: uno solo per chi ha ratificato Kyoto; uno, più ampio, per tutti
i firmatari della Convenzione. Ed è quest'ultimo, che imbarca anche
gli Stati Uniti, quello che esce da Bali leggero come carta velina. È infatti
senza valori quantitativi di riferimento e senza obblighi, e per i paesi sviluppati
comprende anche quelle azioni volontarie care a Washington, oltretutto non
solo aggiuntive. Per impulso degli americani (supportati da Canada, Russia
e Giappone) gli impegni di riduzione del 25-40% al 2020 - indicati dagli scienziati
dell'Ipcc e fortemente voluti dall'Ue - sono
stati stralciati dal testo principale dell'accordo e, per dare un contentino
all'Ue, trasformati in una nota a margine che li annacqua a un più modesto
10-40%. La necessità di ridurre
di oltre la metà le emissioni entro il 2050 è scomparsa e così
il fatto che le emissioni dovessero avere il loro picco entro 10-15 anni. Certo,
questi riferimenti sono rimasti nel percorso che riguarda chi ha ratificato
Kyoto. E rimangono i riconoscimenti al lavoro dell'Ipcc, e così l'indicazione
che "servono forti tagli nelle emissioni globali".
Ma la "Bali roadmap" resta un accordo debole, ed è stato precisamente questo il prezzo politico per avere gli Stati Uniti a bordo. Eppure, dopo tredici giorni di negoziazioni e una ultima notte in bianco, anche le concessioni fatte agli Stati Uniti stavano per non bastare. E non per colpa del confronto Ue/Usa.
La trattativa ha infatti rischiato di fallire alle 13:50 del 15 dicembre - con gli orologi che erano stati diplomaticamente fermati da quasi un giorno - quando il sottosegretario americano Paula Dobrianski ha detto che non avrebbe accettato la modifica del testo proposta dal gruppo dei G77 - che raccoglie oltre 130 paesi in via di sviluppo - che alleggeriva gli impegni che si sarebbero assunti i paesi in via di sviluppo, derubricandoli da "azioni misurabili" ad "azioni appropriate", poco più che acqua fresca. Il gelo è sceso sulla sala della plenaria, nella quale l'aria era pesante perché il presidente della Convenzione, Ivo De Boer, venticinque minuti prima era clamorosamente scoppiato in lacrime negando le accuse della delegazione cinese di aver dato il via alla plenaria quando era ancora in corso un meeting riservato sul testo. Il "no" americano era la fine di tutto? Non è stato così per la reazione compatta dei delegati delle 188 nazioni, che hanno isolato gli Stati Uniti. Il Giappone ha preso le distanze e annunciato che avrebbe firmato. Il Sudafrica ha definito la posizione americana "senza alcuna base" e il rappresentante della Papua Nuova Guinea ha quasi gridato: "Se non volete essere da guida e non volete seguirci, allora levatevi dai piedi". Tutti hanno preso le distanze dagli Usa e Paula Dobrianski ha visto materializzarsi quello spazio bianco nei trattati evocato due giorni prima da Al Gore ("andate avanti e fate quel che dovete e al posto dell'America lasciate uno spazio bianco. Entro il 2009 vi seguiranno"). Saggiamente il capodelegazione americano allora ha deciso, appena venticinque minuti dopo il suo "no", di cambiare posizione, incassando una sconfitta ma restando nel processo per condizionarlo dall'interno: "Signor presidente ci uniamo al consenso per la proposta dei G77". Era fatta, la Bali roadmap era salva. Ma piano con i trionfalismi. Gli Usa hanno solo avuto l'intelligenza di incassare una sconfitta tattica per puntare a una vittoria strategica. E il mondo ha avuto l'illusione che Washington era stata isolata e vinta. Ma almeno fino al 2009 questa resta solo un'illusione. La verità e che gli Usa ci sono e condizionano il processo. Che resta lento come una lumaca e leggero come una libellula. E questo a George W. Bush e a Dick Cheney piace moltissimo.
*Alessandro Farruggia è giornalista professionista de Il Resto del Carlino, La Nazione e Il giorno e autore con Vincenzo Ferrara di Clima: istruzioni per l'uso. I fenomeni, gli effetti, le strategie, uscito per Edizioni Ambiente nel 2007.