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Trash
di Antonio Pergolizzi
Anche in Puglia arrivano le prime condanne per traffico illecito di rifiuti
tossici. Tre pseudo imprenditori sono stati condannati nei giorni scorsi, dal
tribunale di Bari, con pene che oscillano da uno a tre anni in applicazione
dell’articolo 260 del nuovo
Codice dell’ambiente. Gli stessi sono
stati condannati a risarcire con 93 milioni di euro il ministero dell’Ambiente,
e con 90 milioni di euro ciascuna delle due associazioni ambientaliste (Wwf
e V.a.s.) che all’epoca si costituirono parte civile. E in più è a
loro carico l’onere di bonificare i terreni contaminati dagli sversamenti
illegali.
La storia risale al 2001, quando un incendio scoppiato all’interno di
un’azienda florovivaistica di Santeramo in Colle (Bari) richiamò l’attenzione
dei Carabinieri comando Tutela ambiente del reparto operativo di Roma e del
Noe di Bari sull’altopiano delle Murge: una colonna di fumo nero e un
odore insopportabile per essere il solito rogo di sterpaglie. I sospetti si
rivelarono subito fondati, e infatti a bruciare erano rifiuti, per lo più tossici.
Da quel fumo nacque l’operazione denominata “Murgia violata”,
la prima in Puglia contro i trafficanti di rifiuti che stanno riempiendo tutto
il Sud di scorie tossiche. Sui 4 ettari di quella tenuta le forze dell’ordine
hanno scoperto una vera e propria discarica, completamente abusiva. Una bomba
ecologica a cielo aperto. Sono allarmanti i numeri della Murgia violata: decine
di migliaia di tonnellate i rifiuti smaltiti illecitamente nell’arco
di un anno nella sola provincia di Bari, soprattutto a Santeramo in Colle,
Valenzano, Corato e Modugno, su terreni destinati alla coltivazione di foraggi
per animali, ma anche di cereali e prodotti ortofrutticoli. Un vero attentato
alla salute degli animali e dei cittadini.
A finire sui terreni una variegata tipologia di sostanze e prodotti molto inquinanti:
fanghi del comparto toscano delle concerie, fanghi industriali di impianti
di depurazione del Lazio e della Toscana, scorie e polveri di abbattimento
fumi di industrie siderurgiche della Lombardia e del Veneto, pneumatici triturati
provenienti dalla Campania, rifiuti prodotti da operazioni di bonifica di siti
inquinati, terre disoleate della Liguria e dell’Umbria, trasformatori
contenenti olio contaminato. Questi rifiuti, stipati nei tir partivano dalle
regioni del Centro e del Nord, facevano tappa in un impianto di stoccaggio
umbro – quello coinvolto in un’altra simile operazione denominata
Greenland – o in qualche area di servizio dell’hinterland barese
per il giro bolla, per giungere poi a destinazione finale in Puglia e Calabria.
I faccendieri pugliesi lavoravano sul territorio per contattare piccole società e
agricoltori in difficoltà economica, che in cambio di denaro accettavano
di smaltire i rifiuti sui loro terreni. E cercavano di coinvolgere nuove aziende,
sane e insospettabili, quando la pressione di controlli e sequestri rendeva
più difficile trovare nuovi siti di smaltimento. In totale furono 28
gli indagati dalla procura di Bari, tra imprenditori, proprietari di terreni,
produttori e trasportatori di rifiuti. Una banda di “avvelenatori” delle
campagne pugliesi.
Dalle indagini coordinate dal procuratore Renato Nitti, risultò pure
che gli inquinatori avrebbero, in molti casi, fatto arare o spianato il terreno
per coprire l’attività illecita commessa senza mai curarsi che
i rifiuti speciali smaltiti contenevano elevate concentrazioni di metalli pesanti,
tutti altamente inquinanti e bioassimilabili, come cromo, cadmio, nichel e
piombo. La spregiudicatezza e l’elevato tasso criminale degli accusati
si rileva anche dalle intercettazioni telefoniche: pur di fare soldi, questi,
sarebbero stati capaci di ammorbare tutta la Puglia.