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Scoppia il conflitto ambientale democratico
di Anna Satolli
Il conflitto ambientale sembra appassionare gli italiani. I casi di protesta
nei confronti di interventi che riguardano il territorio o l'ambiente urbano sono sempre più diffusi
e partecipati. Si tratta di fenomeni che, partendo sempre da un ambito locale, possono rimanere in esso confinati, come succede ad esempio quando gli abitanti di una certa zona non vogliono
un nuovo parcheggio e si coalizzano tra loro in comitati cittadini “contro”,
oppure assumere una rilevanza nazionale, come nel caso della Tav in Val di Susa.
Le variabili in questi conflitti sono indubbiamente molte. Coinvolgono diversi livelli delle istituzioni, territori di dimensioni molto varie e popolazioni più o meno localizzate. Riguardano opere di natura e funzioni diverse. Ma sopratutto attivano gli strumenti della democrazia. Il “conflitto” infatti fa scaturire il confronto tra cittadini e istituzioni pubbliche, tra bisogni generali e necessità locali e la negoziazione tra le parti interessate. Della natura e potenzialità di queste “armi democratiche” discutiamo con Duccio Bianchi, direttore dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia e curatore del rapporto annuale di Legambiente (Ambiente Italia 2007,
in libreria a marzo), che al conflitto ambientale, ad alcuni casi italiani e
alle strategie adottate, dedica le pagine del focus di quest’anno. Il report intende documentare e affinare questi strumenti di confronto, migliorali perché il conflitto ambientale non significhi solo ed esclusivamente un momento di protesta.
Forse vale la pena iniziare con una precisazione sul significato di “conflitto ambientale”. Soprattutto quando in questa espressione c’è ancora una certa ambiguità, quando tende ad accogliere in sé ogni tipo di opposizione nei confronti di qualsiasi intervento...
Infatti Ambiente Italia 2007 intende
proporre un po’ di
chiarezza. Il report offre una lettura di quell’insieme molto articolato
di conflitti che hanno per oggetto l’uso del territorio o che determinano
danni all’ambiente e alla salute, reali o percepiti (mi riferisco in particolare
ai saggi di Giorgio Osti e Rodolfo Lewanski). Questi sono quelli che chiamiamo
i “conflitti ambientali”. I conflitti ambientali non sono – o
forse “non sono più” – conflitti che scaturiscono
da motivazioni di ordine strettamente ambientale e tanto meno sono conflitti
che tengono assieme la tutela dell’ambiente locale con una prospettiva
generale. Lo sono stati al tempo del conflitto antinucleare, ma oggi questa
peculiarità non è più la loro caratteristica principale.
Magari lo è ancora per il conflitto attorno al ponte sullo stretto di
Messina (raccontato da Nuccio Barillà, uno dei protagonisti di questa
vicenda) o per la Tav in Val di Susa, ma non lo è in molti altri casi.
Anzi, crescono le situazioni di conflitto anche contro opere che in qualche
modo sono simboliche di una alternativa ambientalista: le centrali eoliche
(raccontate da Mario Zambrini) o gli impianti di compostaggio. Questi conflitti
sono spesso etichettati come “Nimby” (dall’espressione not
in my backyard, e quindi “non nel mio giardino”), nel senso
che l’opera è rifiutata perché avrà sede sul proprio
territorio di residenza. Se togliamo la carica negativa associata a questo
termine, è vero che la gran parte dei conflitti è determinata
da motivi localistici.
Una delle spinte più forti nei conflitti, quella che spesso dà il via alla protesta, è sentire non tanto l’inutilità, quanto l’estraneità dell’opera in questione. Il cittadino è magari consapevole della bontà dell’intervento, ma sente di essere stato escluso dal suo processo decisionale. Che ruolo ha, o dovrebbe avere, invece la sua partecipazione?
Ci
sono tante componenti nei conflitti ambientali. In primo luogo l’esistenza
di interessi materiali (o anche spirituali) che vengono percepiti come a rischio.
Ma l’elemento dell’estraneità al processo decisionale è un
fattore importante. I processi decisionali sono spesso opachi, lunghi, inintellegibili,
assunti lontano e senza un coinvolgimento preliminare della popolazione interessata.
Nei processi decisionali sulle opere pubbliche – lo racconta ad esempio Edoardo Zanchini nel suo saggio – mancano procedure di partecipazione
che sono invece presenti in altri paesi. Il problema, però, è la
qualità della partecipazione. Partecipazione è condivisione
del processo decisionale non solo informazione. Sotto questo profilo credo
che molti interventi contenuti in Ambiente Italia 2007 siano ricchi
di spunti (ad esempio quello di Maria Berrini e Alessandro Bratti che riflettono
sull’esperienza delle Agende 21).
C’è da dire che spesso il conflitto riguarda aree già svantaggiate, periferiche. Sono proprio queste – e appunto perché marginali – le maggiori favorite nel diventare sede di un intervento, ad esempio di un nuovo impianto di termovalorizzazione. Quali sono i criteri di localizzazione, le tecniche di valutazione e decisione? Sono previste misure che compensino lo svantaggio di “ospitare” una certa infrastruttura?
Questo è il grande punto critico. Le localizzazioni non sono un fatto tecnico e non sono neutrali. Ogni sito presenta vantaggi e svantaggi. Non ci sono criteri oggettivi di valutazione, fuori da un confronto con le comunità locali.
Nel rapporto Ambiente Italia 2007 sono ampiamente documentati alcuni
casi di procedure condivise di localizzazione, in particolare nel caso dell’inceneritore di Torino (raccontato da Andrea Pillon). Ma anche questi strumenti, pur usati al meglio, rimangono estranei almeno a una parte della cultura politica e istituzionale, come ricorda Beppe Gamba, assessore all’Ambiente all’epoca
dei fatti di Torino.
In sintesi, esiste una ricetta di base perché il “conflitto ambientale” non sia solo un episodio di opposizione, ma semmai di ascolto e negoziazione tra gli attori coinvolti? Esiste un approccio ottimale?
Premesso
che non ci sono ricette facili, richiamerei l’attenzione su due aspetti. Il primo è quello di non demonizzare il conflitto e di accettare che alcune scelte sono inevitabilmente conflittuali. Il secondo è quello di riconoscere dignità alle preoccupazioni localistiche. E per riconoscere dignità, credo che dobbiamo fare un passo in più rispetto all’attenzione alle procedure di partecipazione. Bisogna che questo rispetto si traduca in progetti che, anche attraverso compensazioni ambientali, determinino un saldo ambientale e sociale positivo, o almeno non negativo. Magari non sarà sempre
possibile farlo. Di sicuro, finora, non ci prova quasi nessuno.