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Contro i ladri di futuro di Paola Fraschini
La casa intelligente di Anna Satolli
Questione di velocità di Mario Pasquali
Guardare altrove di Marco Moro
Rifiuti: i fuochi dell'emergenza di Antonio Pergolizzi
Contabilità "verde" di Ilaria Di Bella

Questione di velocità
di Mario Pasquali


La velocità è una caratteristica della nostra società, una società "liquida" così come viene definita dal sociologo Zygmunt Bauman: una caratteristica riscontrabile in ogni ambito della nostra esistenza, dalla comunicazione ai trasporti, dalla moda alle idee.
Lo stesso si può dire per qualcosa che propriamente umano non è, ma che di ciò che fanno gli umani subisce il peso e i condizionamenti; il nostro pianeta continua a cambiare aspetto (e se potesse cambierebbe anche forma) per fenomeni di origine antropica che siamo soliti definire "sviluppo" o "progresso", in maniera abbastanza generica e approssimativa.
Il cambiamento che più di tutti ha riempito giornali, televisioni e radio negli ultimi mesi è quello climatico, che in sé non costituirebbe una preoccupazione essendo una peculiarità ciclica della Terra. Ma come viene evidenziato nel libro di Vincenzo Ferrara e Alessandro Farruggia Clima: istruzioni per l'uso, il problema è proprio la velocità di questo cambiamento, una velocità non naturale, ma indotta in maniera determinante dalle attività umane.
Caratteristica della società postmoderna, soprattutto "occidentale", la velocità è diventata anche un aspetto fondamentale dell'ambiente; infatti, il ritmo del cambiamento climatico è tale che l'Ipcc ha espresso l'urgenza non solo di rallentarlo attraverso la diminuzione delle emissioni di CO2 in atmosfera, ma di cominciare a studiare delle strategie di adattamento alle nuove condizioni che inevitabilmente andranno a verificarsi.
Insomma, l'umanità preme ancora sull'acceleratore quando, invece, dovrebbe alzare il piede e spostarlo immediatamente sul freno.
Le conseguenze, però, non riguarderanno solo l'ambiente in senso stretto, ma le comunità umane, soprattutto nelle zone più povere del mondo; come emerso da uno studio commissionato da Christian Aid, se i cambiamenti climatici dovessero proseguire con la velocità attuale entro il 2050 potrebbero essere un miliardo le persone costrette a emigrare in cerca delle risorse necessarie al proprio sostentamento, comprese abitazione e lavoro.
Tra le cause vi sono fenomeni come la desertificazione e l'impoverimento dei suoli, che hanno già costretto molte popolazioni nord africane a trasferirsi nel sud dell'Europa nel corso degli anni '90, o l'innalzamento del livello dei mari che in pochi anni potrebbe cancellare atolli, piccole isole e fasce costiere dove risiedono milioni di persone.
Gli effetti sarebbero disastrosi e con ogni probabilità poterebbero all'insorgere di nuove tensioni e conflitti tra popolazioni confinanti per la conquista delle poche risorse disponibili, che si aggiungerebbero ai molti conflitti "ambientali" oggi in atto.
La situazione attuale è già preoccupante, con più di 160 milioni di persone costrette a lasciare il proprio luogo di nascita. A costoro le Nazioni Unite hanno finalmente riconosciuto lo status di rifugiati ambientali, una condizione che fino a pochi anni fa non era nemmeno contemplata. Questa realtà è stata descritta nei termini più chiari da Norman Myers in Esodo ambientale, ben prima che conquistasse le prime pagine dei giornali.
Ora i fatti rispondono in maniera inequivocabile, diretta e drammatica a chi parlava di facili profeti e accusava scienziati come Myers di essere solamente dei catastrofisti, mentre già alla fine del secondo millennio tratteggiavano i problemi che stiamo affrontando e che rappresentano le sfide del futuro.



numero 5 - 5/2007

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