Le risorse dell'ecomafia di Marco Moro
L'uomo cannone. Intervista a Piero Colaprico di Paola Fraschini
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L'uomo cannone. Intervista a Piero Colaprico
di Paola Fraschini
Piero Colaprico, inviato speciale di La Repubblica dal 1989 e affermato
maestro del noir, ha scritto per noi il quarto libro della collana VerdeNero
Noir di ecomafia, L’uomo
cannone.
Un romanzo giallo in cui si intrecciano fili lunghi dall’Italia fino
all’Africa, tra morti ammazzati, intrighi radioattivi e verità nascoste
(sotto terra).
Parliamone con l’autore.
Il titolo del tuo ultimo libro, L’uomo cannone, personalmente
mi incuriosisce molto. Come fosse un’allusione al mondo del circo,
a un mondo “alla rovescia” che ha dell’incredibile ma che,
leggendo, si scopre essere molto vero e reale. Chi è costui?
Nella realtà, stando ai documenti che mi hanno fornito alcuni detective di Legambiente – detective è un
termine non usato impropriamente, perché questi hanno davvero indagato – esiste
un vero uomo cannone. Certo, non si chiama così e nessuno lo chiama
così. Sinora. Infatti, ogni scrittore è contento se riesce a
dare un nome a qualcosa. Avevo anch’io pensato all’effetto circo,
il problema è che mentre nel circo è l’uomo cannone a rischiare
la pelle, nella realtà a rischiarla siamo noi, grazie alle “sparate” di
scorie nucleari dell’uomo cannone.
La vicenda è ambientata in un luogo senza nome ma molto familiare,
la Città di M. Dove vuoi condurre il tuo lettore? In una realtà “altra” rispetto
a quella quotidiana o, al contrario, in un luogo che potrebbe essere ovunque?
Alla Città di M. ho dedicato altri due libri prima di questo, e in entrambi
agisce, pensa, soffre, ride, fa l’amore e insegue gli assassini l’ispettore
Francesco Bagni, sezione Omicidi della squadra Mobile. La Città di M. è il
doppione concentrato di Milano e vorrei che il lettore, se possibile, attraverso
le storie di M. conoscesse meglio le storie di Milano. Che sta diventando sempre
più città di M., mi dicono in molti.
Da dove trai ispirazione per le tue storie? In quale misura la professione
di giornalista ti fornisce “materiale”?
In certi libri penso a persone e situazioni, mi siedo, in qualche misura so
solo dove voglio andare e con chi e viaggio, pagina dopo pagina anch’io
affronto delle novità. In altri libri so perfettamente che cosa succederà,
non dico pagina per pagina ma quasi. Sono tra i superstiti di un mondo in esaurimento,
quello dei giornalisti che davano del tu a poliziotti e criminali, a miliardari
e senzacasa, trattando tutti più o meno con la stessa curiosità. È chiaro
che storie in saccoccia ne ho tante.
Cosa significa per te scrivere per VerdeNero?
Una bella esperienza. Innanzitutto perché, come principi rinascimentali
con l’artista di corte, alcuni sciamannati mi hanno passato un malloppo
di fotocopie sui traffici nucleari, fatto di spiate e dossier di ecomafia,
e mi hanno detto: “Scrivici un giallo su ’sta roba, ma che non
superi le 130.000 battute”. Il che, per quanto assurdo possa sembrare, è positivo
perché ti tiene su un binario. Poi perché, come giornalista,
mi sono occupato talvolta di ambiente, ma ci sono in qualche misura “passato
sopra”, non mi sono fermato a ragionare e invece adesso l’ho fatto.
Infine, siccome credo che il giallo sia venuto bene (anche se non amo per niente
i gialli corti, a meno che non li scriva Dürrenmatt), magari è l’occasione
per andare a beccare un pubblico diverso e, mi pare di capire, attento e motivato
alle questioni sociali. Quindi, alla fine ci guadagno come persona, come giallista
e come giornalista, tutto questo grazie a un discorso davanti a una birra...
Eh sì, la Città di M. è ancora una grande città,
se fa nascere iniziative come questa...