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L'uomo cannone. Intervista a Piero Colaprico di Paola Fraschini
VerdeNero: lavori in corso a cura della redazione
Sviluppo sostenibile e crisi climatica. Intervista a Edo Ronchi di Andrea Barbabella
Il clima, la Finanziaria e i deputati di Ilaria Di Bella
Dumping al vetriolo di Antonio Pergolizzi

VerdeNero: lavori in corso
a cura della redazione


Rovina, a firma di Simona Vinci, è il prossimo appuntamento con la collana VerdeNero. Un viaggio allucinato nella provincia di Parma e Reggio Emilia, nell’edilizia spregiudicata e criminale, in un mondo abusivo stravolto dal profitto del mattone.  Pubblichiamo per i lettori un breve “assaggio” in attesa dell’uscita in libreria a metà ottobre.

“Non ho incrociato un solo sguardo felice, in questa giornata, in questi posti. In un bar sulla via Emilia, una donna grassa seduta a un tavolino, la borsa di pelle stretta al petto, osserva con la testa inclinata due uomini che giocano alle slot-machine, aspettando il suo turno. Davanti, un bicchiere a metà, forse campari. Lo sguardo vacuo, mentre là fuori, i camion incolonnati nel traffico del tardo pomeriggio sbuffano gas di scarico pestilenziali. Immagino i suoi pomeriggi, chissà, forse tutti identici a questo, immagino il momento in cui deciderà che si è fatta ora di tornarsene a casa, a preparare la cena, nel suo appartamento in uno delle decine di condomini vista strada, con i balconi affacciati sui Tir. Bevo il mio decaffeinato e scappo. ‘Via Emilia all’Angelo’ diceva il cartello lungo la strada. Quale angelo? Dove? E mentre me ne vado, e riprendo la strada di casa, mi torna in mente come è cominciata questa storia. Per ricostruire con esattezza come sia iniziato tutto devo andare indietro di sette anni. Nel 2000, presi in affitto una casa a Budrio. Quando andai a vederla la prima volta insieme all’agente immobiliare, rimasi perplessa, era uno di una serie di appartamenti ricavati negli annessi di una villa settencentesca, le porte davano sulla stessa corte e un vialetto di ghiaia e una siepe separavano gli annessi dalla villa e dal suo parco all’italiana, vialetti, fontana, tigli centenari, addirittura un gazebo coperto di piante di rose, e roseti ce n’erano anche in fondo al parco, davanti alla rete di recinzione che lo separava da un giardinetto pubblico. E al di là distese di villette a schiera, e tra quelle c’era – c’è ancora – anche quella in cui vivono ormai da molti anni i miei genitori. Di notte, da quelle parti regna quello che io chiamo il silenzio residenziale, un silenzio inconfondibile, e identico, io credo, in tutti i quartieri residenziali del mondo, un silenzio fatto di antifurti che di tanto in tanto lacerano l’aria sempre in assenza di ladri, cani che abbaiano con costanza omicida, finestre che cigolano, televisioni, e i suoni dei campi vicini: le rane d’estate, le civette. Il silenzio residenziale mi ha sempre inquietata un po’, mi ha sempre fatto pensare a una specie di morte in vita. Ma da questa parte della recinzione, dalla parte della villa, il silenzio probabilmente sarebbe stato diverso, sugli alberi altissimi c’erano le civette, i gufi, c’era il suono delle fronde, quello della fontana. E la casa era bella anche all’interno, caminetti, muri spessi, pavimenti di cotto e finestre che affacciavano direttamente sul parco. Non era la casa, a rendermi perplessa, e neppure quel meraviglioso giardino, ovviamente, la perplessità era dovuta al fatto che se da una parte il parco confinava con un giardinetto ed era costeggiato da una stradina sterrata oltre la quale c’erano i campi, dall’altra parte, l’intero complesso si affacciava su una strada provinciale. La strada provinciale tre, detta anche Trasversale di Pianura. Dentro la casa vuota, mentre con l’agente immobiliare alle costole controllavo la vista dalle finestre, sentivo i ruggiti dei camion in corsa e un tremito leggero che scuoteva le pareti. Poi la casa l’ho presa. Ci ho abitato per sei anni. I miei gatti hanno apprezzato il giardino, una, la mia preferita, adesso è seppellita proprio lì, sotto una siepe ombrosa. Col tempo, ho imparato a non inquietarmi quando vedevo l’acqua oscillare nella bottiglia sul tavolo, a isolarmi acusticamente quando in primavera e in estate tenevo le finestre aperte e il suono della strada mi lacerava i timpani. Spesso, di sera, andavo al limite estremo del parco, quello che affacciava sulla strada, e stavo lì dietro la rete a guardar passare i camion. È così che ho cominciato a immaginare una storia. Solo che questa storia non era come le altre che avevo scritto fino a quel momento, era una storia che non mi permetteva di restarmene chiusa in casa davanti al computer, come più o meno avevo sempre fatto, ma mi chiedeva di uscire, di attraversare il parco, raggiungere la strada e mettermi a camminare. E così ho cominciato a camminare per ore in mezzo ai camion, in preda a una vera e propria ossessione, prendendo appunti, fotografando gli stessi incroci, le stesse case, a settimane, o mesi di distanza, per documentare i cambiamenti, per mappare il territorio, per appropriarmene. Senza peraltro riuscirci: perché il territorio non sta fermo, come ci piacerebbe pensare, i posti cambiano continuamente, con una velocità incredibile, soprattutto questi posti, territorio di saccheggio e colonizzazione, continuamente assaliti da nuovi cantieri, nuove villette a schiera, nuovi capannoni, nuove cave di ghiaia, nuovi pezzi di strade e rotonde e raccordi. E ho visto tanti cantieri abbandonati: quante storie dietro quegli spazi ‘laconici’ – come li definirebbe Gianni Celati – devastati, immobili, pencolanti, abbozzati. Cosa è successo? Cosa sta succedendo? Perché se ne restano lì così, in quella indeterminazione, per mesi, anni, fino a trasformarsi in un’ovvietà del paesaggio che piano piano la natura ricopre e mangia, riprendendo possesso di ciò che era suo fin dal principio? Quando ci ripenserò, è questo che mi verrà in mente, e poco altro, se qualcuno un giorno mi domanderà, ma tu, nel 2005, 2006, 2007 cos'è che facevi, di preciso? Andrò a cercare certe immagini e gliele mostrerò: quella figura piccola e sottile che cammina verso ovest, sul bordo della strada, con la macchina fotografica a tracolla e la testa piena di parole come SPRAWL, RUE, POC, PUA, espressioni come pianificazione territoriale, perequazione urbanistica, speculazione edilizia, ecco, quella figurina nera, di spalle sono io. Cammino sulla Trasversale di Pianura, un giorno dopo l'altro, un mese dopo l'altro, in mezzo a un paesaggio mutante al quale è così difficile dare un nome. Anche i miei sogni, in questi anni, sono diventati un’ossessione di strade, cantieri, tubi, cumuli di ghiaia, palizzate, reti arancioni, giganteschi archi di cemento armato, la terra sventrata, aperta come una ferita. Sogno cemento e nient’altro che cemento, come scriveva Antonio Cederna, un’ininterrotta crosta edilizia.”



numero 9 - 9/2007

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