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Morire di cemento
di Anna Satolli con Simona Vinci

Autunno. Pier Paolo Pasolini è su una spiaggia, ha i capelli scompigliati dal vento. A un certo punto gira le spalle alla telecamera e se ne va, piano piano rimpicciolisce verso il mare di Sabaudia. È, questa, la scena finale della video-intervista La forma della città - mandata in onda dalla Rai nel febbraio 1974 -, uno dei frame più noti e toccanti che segna l'uscita di scena di Pasolini dopo quella sua intensa, ennesima, accusa sullo stato di gravissimo degrado culturale e ambientale dell'Italia.
Nemmeno due anni più tardi, Pasolini veniva trovato morto, ucciso su un'altra spiaggia, quella di Ostia. Il giorno dopo il Corriere della Sera portava in prima pagina, a firma di Antonio Padellaro, l'inquietante prossimità tra il luogo dell'omicidio e moltissimi altri luoghi "assassinati", scempiati dall'edilizia selvaggia, e sui quali era caduta pesante la denuncia pasoliniana: "Se Pasolini avesse dovuto girare il film della sua morte con un'inquadratura, forse la prima avrebbe indugiato sullo scenario scelto per quel delitto. Ruotando di centottanta gradi la macchina da presa, nel mirino, avrebbe messo a fuoco, in lontananza, gli orrendi palazzoni del Lido di Ostia, classici monumenti al consumismo estivo, per poi puntare l'obiettivo sulla Baraccopoli che da quel confine si stende per una decina di chilometri senza soluzione di continuità fino al delta del Tevere. È la zona detta dell'Idroscalo. Al centro di questo agglomerato di casupole si trova lo spiazzo dove è avvenuto l'assassinio. (...) Proprio accanto (...) c'è una staccionata verniciata di rosa: serve a stabilire il confine delle tante piccole proprietà abusive in cui è stata lottizzata la zona. La terra è demaniale e teoricamente chiunque può recintarsi la sua fetta. Chi ancora non ha costruito stabilisce il proprio diritto illegale sul suolo stendendo una rete di filo spinato o piantando una serie di paletti di legno. Con uno di questi paletti Pasolini è stato colpito a morte. Al centro di uno di questi recinti, per rendere ancora più evidente l'occupazione avvenuta, qualcuno ha lasciato un tavolo di legno tutto smozzicato e alcune vecchie sedie in ferro battuto: il corpo di Pasolini è stato trovato riverso a pochi metri di lì, forse i suoi occhi prima di spegnersi hanno incontrato quel tavolo e quelle sedie abbandonate sull'erba. Camminando sulla stradicciola di sabbia, dieci o quindici metri più avanti si arriva allo spiazzo da dove Pasolini ha cominciato la inutile corsa per sfuggire ai colpi del suo assassino. Si tratta in realtà di un rudimentale campo di calcio: le porte sono state innalzate utilizzando vecchi tubolari di ferro, per terra non vi è alcun segno che delimiti l'area di gioco. L'auto di Pasolini deve essersi fermata tra la porta di sinistra e alcuni sacchi di spazzatura. Visto da quel punto tutto l'insieme è di uno squallore impressionante: l'occhio spazia sulle casupole abusive, alcune di legno, altre di tufo tutte a un piano" (da Ucciso dove avrebbe girato il film della sua morte, Corriere della Sera, lunedì 3 novembre 1975).

Oggi, a distanza di oltre 30 anni, la cementificazione incessante del territorio, la speculazione e l'abusivismo edilizio sono fenomeni tutt'altro che assopiti. Proviamo quindi a chiedere il punto di vista di una scrittrice dei nostri giorni, che ha fatto di questi temi l'argomento della sua narrazione. Chiediamo a Simona Vinci - autrice con Rovina di una storia noir di "omicidio" del territorio - di raccontare cosa significa e perché ha senso oggi narrare questi fatti di attualità in chiave letteraria.
Simona Vinci: In realtà, ha senso raccontarli con qualsiasi mezzo uno abbia a disposizione, che sia il giornalismo, la televisione, il cinema o la letteratura... L'idea - della collana VerdeNero, e anche mia - è che il mezzo letterario, in quanto non richiede una lettura "specialistica" da saggio, potrebbe riuscire ad avvicinare a questi temi persone che altrimenti sarebbe più difficile raggiungere. Raccontare una storia di speculazione edilizia attraverso dei personaggi, una serie di eventi, facendo leva sull'emotività e con i tempi lunghi della lettura può riuscire a far capire i meccanismi. A dire la verità, io non ho scelto di parlare di questi temi, è il paesaggio italiano agonizzante che ha scelto di parlare attraverso di me. Su questo territorio devastato, rapinato, saccheggiato, reso volgare, in ostaggio di una politica malata e cieca, e di un'imprenditoria criminale (in senso lato e purtroppo spesso anche in senso letterale) io ci vivo. Ci passo le giornate. Questo territorio lo attraverso avanti e indietro, e la sua bruttezza, la sua progressiva cementificazione mi offende. Vorrei che questa sensazione di offesa e danno la sentissero tutti i cittadini e non si rassegnassero all'idea che tanto questo è il progresso, che le case servono, le strade servono e tanto vale abituarsi. Abitudine e rassegnazione sono l'humus perfetto sul quale edificare mostruosità e far prosperare criminali. E poi non possiamo credere che ciò che accade al paesaggio che abbiamo intorno non accada anche a noi: la stessa violenza, la violenza del cemento, dell'asfalto, della sparizione dei campi, delle villette a schiera che spuntano come funghi e si mangiano aree verdi, ecco, quella stessa violenza è fatta a ogni singolo essere umano che in quei luoghi ci vive. Noi siamo il paesaggio che abitiamo: se il paesaggio che abitiamo è brutto, inquinato, se il territorio è risorsa da saccheggiare e far fruttare, lo stesso vale per noi che ci viviamo sopra. Noi che diventiamo sempre più brutti non opponendoci in alcun modo, subendo passivamente... Ma parlare di queste cose, scriverne, pensando alle battaglie e alle parole di Pasolini rischia di bloccare la voce in gola, rischia di far diventare muti, perché se uno come lui, con la sua forza e la sua intelligenza, non è riuscito in alcun modo a frenare il corso delle cose, allora come potrà riuscirci un semplice cittadino? D'altra parte, tacere, davanti a certi scempi, è impossibile. Fare domande e pretendere delle risposte diventa essenziale. Ad esempio: perché in Italia non deve esistere una legge che limiti il consumo di territorio mentre negli altri paesi europei (vedi Germania e Inghilterra, in primis) questa legge c'è? Evidentemente qualcuno - anzi, molti - ci guadagnano. I cittadini intrappolati tra cavalcavia, superstrade, capannoni, villettopoli invece ci guadagnano solo in depressione, perché se l'inquinamento fa ammalare il corpo, la bruttezza fa ammalare l'anima. E quando esci e intorno a te il mondo è bruttissimo e il posto dove andare a fare una passeggiata, invece di un bosco o di un prato, è un centro commerciale, magari finisci col restartene a casa: la felicità impossibile sta chiusa dentro villette che sembrano carceri di massima sicurezza e dove lo schermo di un televisore sempre acceso è l'unica luce. È inaccettabile.



numero speciale 2007

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