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Lotta all'ecomafia: luci e ombre di Antonio Pergolizzi

Lotta all’ecomafia: luci e ombre
di Antonio Pergolizzi

Anche il boss Salvatore Lo Piccolo è finito nelle patrie galere, in buona compagnia di suo figlio Sandro e di altri suoi fidati compari. La cupola di Cosa Nostra ha ricevuto un altro colpo micidiale: Riina, Brusca, Bagarella, Giuffrè, Provenzano, Rotolo, i Lo Piccolo sono tutti al carcere duro e seppelliti da decine di ergastoli. Ottimi risultati investigativi frutto di un lavoro di squadra, tra forze dell’ordine e magistratura, che risale agli anni del pool di Falcone e Borsellino e che ha i prodromi nella capacità investigativa dei tanti servitori dello stato che con la loro azione hanno perso la vita. Le loro idee hanno camminato su solide gambe ed ecco i risultati. Ma le mafie non sono morte. Tutt’altro. Come la pelle di un camaleonte, mutano al mutare degli eventi, si mimetizzano, infestano ogni cosa. Sulla devastazione del territorio, a cominciare dall’abusivismo edilizio i Corleonesi hanno accaparrato fortune immense. In Sicilia, ma anche in Toscana, in Abruzzo, in Emilia Romagna, in Liguria e così via lo sfregio del territorio è sotto gli occhi di tutti. Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra corona unita si sono fatte in quattro per colpire mortalmente il nostro paesaggio, avvelenarlo, riempirlo di brutture e degrado. Con la loro straordinaria capacità di infiltrazione capillare in ogni ganglio dell’economia si sono spinte in tutte le regioni. Cemento, sì, ma anche rifiuti, opere d’arte, racket di animali. E pure incendi. Uno dei guardaspalle dei Lo Piccolo è un operaio forestale stagionale di Montelepre, proprio la categoria maggiormente sospettata in Sicilia di fare il gioco dei roghi: l’isola è quella che ha la minore estensione di ettari di boschi, circa la metà dei forestali di tutta Italia, il più alto numero di incendi. Senza voler criminalizzare un’intera categoria, l’uso spesso clientelare e di ammortizzatore sociale di un lavoro così delicato ha facilitato degenerazioni su degenerazioni. A ciò va aggiunto che in Sicilia nessun comune pare si sia ancora dotato del catasto delle aree percorse dai roghi: criminalità organizzata, criminalità comune, conflitti personali e politiche criminogene degli enti locali formano un cocktail davvero micidiale.
Le immagini fumanti di questa estate sono ancora lì a ricordarlo. La manifestazione più arrogante del potere criminale dei clan è proprio il controllo fisico del territorio: avere la casa più vicina al mare, o la villetta nuova di zecca all’interno di aree protette dove non si potrebbe nemmeno piantare un chiodo sono i simboli più spettacolari ed efficienti per mostrare i muscoli. A Bovalino la polizia ha sequestrato una bellissima villa a cinquanta metri dal mare completamente abusiva, costruita su un’area demaniale di circa cinquemila metri quadrati: difficile pensare che nessuno si fosse mai accorto di nulla. Per costruire una villa ci vogliono settimane (se non mesi), betoniere, operai, architetti. Bisogna avere gli allacci per luce, gas, telefono. Ma se la villa appartiene a persone del clan Barbaro di Platì (Rc), allora tutto ha una spiegazione.
Purtroppo sono ancora tantissime le ferite aperte: storie di ingiustizie, di saccheggi e avvelenamenti del nostro paese avvenuti nell’indifferenza dei media, della politica, dell’opinione pubblica e spesso anche con la complicità di una parte delle istituzioni. Come le vicende legate alle cosiddette “navi dei veleni” affondate con i loro carichi tossici tra la metà degli anni Ottanta e Novanta, la cui verità latita pericolosamente da allora. Ma per fortuna segnali positivi paiono investire il paese, a partire dagli ultimi arresti eccellenti. Prima il governo di centro-sinistra dichiara definitivamente finita la stagione dei condoni, che non è poco; poi il ministro dell’Ambiente inizia l’opera – seppur ancora timida – di demolizioni di alcuni ecomostri e il ministro per i Beni culturali elenca gli ecomostri che devono cadere giù per primi. Ed altri punti a favore sono: la posizione di Confindustria di espellere dalla propria associazione chi paga il pizzo e la prima associazione anti-racket a Palermo; le straordinarie capacità investigative messe in campo dai vari Nuclei operativi ecologici dei carabinieri.
Luci e ombre nella lotta alla ecomafia, dunque. Resta ancora da portare a casa il risultato più importante, ossia l’approvazione del disegno di legge sull’introduzione nel nostro Codice penale dei delitti contro l’ambiente: l’approvazione del quale rappresenta il contributo più importate che la politica può dare per la salvaguardia dell’ambiente.
Per combattere una holding criminale talmente strutturata da fatturare nell’ultimo anno ben 23 miliardi di euro, ci vuole la volontà di tutti, a cominciare dai nostri rappresentanti in Parlamento.



numero speciale 2007

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