Da Napoli a Malva di Marco Moro
Un manuale per certificare gli edifici di Giuliano Dall'Ò
Doppiopetto e pistola. L’ultimo Wu Ming di Paola Fraschini
Cambio di rotta di Diego Tavazzi
Un progetto a Napoli: provare per credere di Anna Bruno Ventre
Rifiuti S.p.A. di Antonio Pergolizzi
L'emergenza prima della crisi di Ilaria Di Bella
Rifiuti S.p.A.
di Antonio Pergolizzi
Qualche giorno fa la Confindustria veneta si affannava a precisare che dalla
loro regione di rifiuti in Campania non ne sono mai arrivati. Anzi, semmai è stato
l’inverso, ha sostenuto. Purtroppo non è vero. Legambiente già dal
1994 ha denunciato l’esistenza di traffici illeciti di rifiuti che dal
Nord industriale hanno preso le vie del nostro Mezzogiorno. Inchieste su inchieste,
e sequestri, e confische, e arresti, e denunce si sono susseguiti in questi
ultimi 15 anni seguendo il filo rosso dei traffici illeciti di monnezza: sempre
da Nord a Sud. Traffici senza sosta. Sono state soprattutto aziende lombarde
e venete, per l’appunto, a rivolgersi ai clan per risparmiare grosse
somme di quattrini, cioè a spedire camion carichi fino all’orlo
di rifiuti in Campania: prima quelli solido-urbani, poi quelli speciali (tossico-nocivi).
Negli ultimi 15 anni, secondo le stime di Legambiente, in base ai dati forniti
dalle forze dell’ordine e alle inchieste della magistratura, sono stati
smaltiti illegalmente nelle province campane circa 10 milioni di tonnellate
di rifiuti tossici. Tutte insieme messe l’una sull’altra darebbero
vita a un cono alto oltre mille metri: un vulcano alto come il Vesuvio, ma
di monnezza. E basta solo aggiungere che questa stima fa riferimento solamente
ai traffici scoperti dalle forze dell’ordine, che vuol dire che è sicuramente
arrotondata per difetto.
Sul business dei rifiuti, che si aggira sui 7 miliardi annui, si cimentano
per primi in Italia i clan camorristi che cominciano a fornire la soluzione
più economica e sbrigativa ad alcuni settori spregiudicati del mondo
economico. Nasce già alla fine degli anni '80 una vera e propria holding
criminale, ribattezzata da Legambiente “Rifiuti S.p.A.”, dedita
sistematicamente a riempire la Campania e l’intero Sud di ogni genere
di schifezze tossiche. Holding che si manifestò da subito come una straordinaria
consorteria affaristico-mafiosa composta, sì da soggetti affiliati ai
clan, ma anche da imprenditori, broker, professionisti, politici e funzionari
pubblici corrotti. Doppiopetto e pistola mai come nell’affare rifiuti
sono stati così ottimi alleati. Lo dice per primo ai magistrati di Napoli
che incominciano a indagare sulle rotte nel 1988, il boss, poi collaboratore
di giustizia, Nunzio Perrella. La Campania è diventata il ricettacolo
dei rifiuti che il Nord industriale e prospero non vuole smaltire, o meglio,
preferisce smaltire a costi bassi al Sud, dice Perrella. “La monnezza è oro” spiegava
il boss, argomentando che i traffici di rifiuti stavano diventando redditizi
almeno quanto quelli della droga: con una marcia in più, ossia gli scarsi
rischi a cui andavano incontro i trafficanti. Ecco dove nasce l’emergenza
di questi giorni. A cui si è aggiunta l’inefficienza e l’irresponsabilità dell’intera
classe dirigente campana.
Da allora, la morsa della Camorra sulla gestione dei rifiuti in quella regione
non si è mai allentata. In alcune zone, come l’area in provincia
di Napoli tra Giugliano, Qualiano e Villaricca, non si è avuta più pace,
e strade, campagne, cave e aree interne sono state sommerse di rifiuti tossici.
Discariche abusive, dunque, a cielo aperto e a due passi dalle case dei cittadini
che a nessuna istituzione è sembrato importare alcunché, almeno
fino a ieri. Neanche quando Legambiente, insieme a singoli cittadini, denunciarono
che a quelle discariche veniva dato quotidianamente fuoco, inondando il cielo
di una nuova e terribile peste post-moderna. Perché tutti hanno parlato
dei cassonetti di Napoli che bruciano, ma nessuno dei fuochi appiccati ai rifiuti
tossici che da anni avvelenano le sere di quei posti abbandonati dallo stato.
Da dieci anni a questa parte.