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Eco-fantasy. Intervista a Licia Troisi
di Anna Satolli
In una terra lontana esiste
una città fantastica: Malva. È un luogo moderno, fatto di architetture
lucenti di vetro e metallo, dove la vita scorre nel pieno benessere per i suoi
abitanti. È una società felice, apparentemente libera da ogni traccia
delle “scorie” che qualsiasi civiltà produce. Possibile? No, nemmeno
in un mondo inventato di sana pianta, e infatti Licia Troisi, autrice de I
dannati di Malva (ottava uscita per VerdeNero, in libreria dal 26 di febbraio), intreccia
nel suo racconto fantasy le torbide dinamiche e le tante forme di sfruttamento,
dall’esito spesso tragico, che garantiscono un’alta qualità di
vita a un ristretta élite di umani.
Ad essere precisi, il tuo racconto è ambientato
in due mondi: da una parte c’è Malva, la città del benessere,
e dall’altra un luogo oscuro, una sorta di ricettacolo del primo...
Licia
Troisi: Esatto. L’idea è quella di trasporre in un’ambientazione
fantastica alcuni elementi che secondo me si ritrovano nel modo in cui la nostra
società è organizzata. La parte superiore di Malva, così pulita
e asettica, in verità sopravvive solo grazie al sudore e alla sofferenza
di chi vive nelle sue viscere, e non è partecipe del benessere della città.
Si potrebbe vedere in questo una trasposizione in narrativa
di fenomeni reali, che riguardano il modo in cui spesso le società avanzate si sbarazzano
dei propri rifiuti. È così?
Licia Troisi: L’intenzione è effettivamente
quella. La metafora può essere letta su più livelli: da una parte
abbiamo a che fare con rifiuti in senso fisico, con tutte le scorie che la vita
della città produce. Dall’altra però anche gli schiavi che
lavorano nel sottosuolo sono in un certo senso rifiuti, sono la realtà che
Malva non vuole accettare, che cerca di nascondere ai propri occhi.
Dunque, tornando
alla storia, nei due mondi di cui hai raccontato si muove il protagonista,
Telkar, a sua volta diviso tra l’appartenenza agli umani e al loro mondo
tecnologico, e il legame con le sue origini in una razza più vicina
alla natura, che si trova a essere sottomessa alla prima.
Licia Troisi: Sì. Ho scelto
un personaggio di questo tipo per due ragioni: da una parte mi ha permesso
di mostrare più chiaramente le contraddizioni insite in entrambi i mondi.
Telkar è un mezzosangue vissuto nel mito degli umani, della loro efficienza
e della loro tecnologia; al tempo stesso percepisce chiaramente il richiamo
delle proprie origini, la tentazione di aderire a un mondo più primitivo,
ma nel quale il contatto con la natura è più immediato. Contemporaneamente,
la duplice natura di Telkar mi ha anche permesso di trattare un tema a me molto
caro, quello della diversità: Telkar è rifiutato dagli umani
per le sue origini, ed egli stesso percepisce il proprio essere in modo conflittuale,
dimidiato.
Vuoi raccontarci perché hai scelto di dare questo titolo
al libro?
Licia Troisi: Il titolo nasce da un suggerimento di mio padre. Non
sono molto brava coi titoli, per cui chiedo spesso aiuto ai miei familiari.
Avevo intenzione di usare il nome della città, che ho trovato da subito
particolarmente evocativo: Malva è il nome di una pianta, ma la città in
sé è la
negazione della natura, è un luogo tecnologico in cui l’ambiente
viene vissuto come qualcosa di pericoloso ed estraneo. L’idea dei dannati,
quella che più specificatamente ha suggerito mio padre, mi è piaciuta
perchè permette di focalizzare subito l’attenzione sui perdenti,
sulle vittime.
Se sei d’accordo, forse potremmo dire che I dannati di
Malva è un
eco-fantasy. Che difficoltà hai trovato nell’introdurre un tema
attualissimo come quello dei rifiuti tossici in un genere narrativo che “per
costituzione” si tiene lontano dalla realtà?
Licia Troisi: Meno
difficile di quel che credessi. In fin dei conti in tutti i miei libri ho sempre
trattato tematiche connesse al mio percorso esistenziale o anche a mie personali
riflessioni sul mondo che mi circonda. In genere, però, le riflessioni
che porto avanti nei miei libri sono di tipo più personale. Stavolta
ho cercato di fare un discorso più ampio e meno intimistico. La differenza
sostanziale è stata nel fatto che ho dovuto informarmi con più accuratezza
per rendere il messaggio di fondo il più efficace possibile.