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Mafia liquida
di Antonio Pergolizzi
Due relazioni che sono due pugni nello stomaco. La prima, della Direzione
nazionale antimafia (Dna) sullo stato della criminalità organizzata
in Italia, la seconda della Commissione
parlamentare antimafia sulla ‘Ndrangheta.
Proprio mentre il governo si arenava nella palude del Senato, le due istituzioni
antimafia fornivano al paese intero una fotografia aggiornata sullo stato di
salute delle mafie nostrane: un “uno-due” che passerà alla
storia. Due contributi fondamentali per capire cosa è oggi la criminalità organizzata,
dove poggia le sue basi, dove alimenta il suo potere e i suoi forzieri, quali
le sue strategie future. In una parola, perché fino a oggi è parsa
invincibile. Nomi e cognomi che hanno volti e storie di mafia, incastonati
in un rosario di fatti criminali che hanno avvilito e sfiancato prima il Sud,
poi l’intero territorio nazionale. Sullo sfondo un sistema economico
e finanziario che ha fatto il bello e cattivo tempo, ha stretto affari pericolosi,
mai completamente dalla parte della legalità, dello Stato,
dei cittadini. Una mafia liquida, come la chiama la relazione della
Commissione parlamentare presieduta da Francesco Forgione,
a suo agio tra passato e futuro, tra antico e moderno, tra locale e globale,
tra il classico controllo “militare” del
territorio e le sue propaggini negli ambienti della politica e delle istituzioni
pubbliche. Perché senza i soldi pubblici le mafie non sarebbero mai diventate
quello che sono, non avrebbero mai accumulato così tante risorse economiche
da farne la più grande impresa d’Italia, una holding che fattura
cifre superiori ai 100 miliardi di euro l’anno. Arrotondando per difetto,
s’intende. In questo quadro il business ambientale è sempre stato una delle
voci in attivo più consistenti, dal ciclo del cemento alla gestione
dei rifiuti. E se l’abusivismo edilizio accompagna da più di sessant’anni
la nostra storia, se si matura un disastro ambientale dopo l’altro è solo
perché dietro ai criminali si assiepa quella borghesia mafiosa che compare
in ogni indagine, in ogni processo. Questo, dicono le due relazioni.
Mentre la Dna passa in rassegna le attività investigative che hanno scompaginato
gli assetti all’interno di Cosa Nostra, ma anche le inchieste contro
clan camorristici e ‘Ndrine calabresi, la relazione della Commissione
antimafia si concentra solo sulla ‘Ndrangheta e – per la prima
volta – ne analizza ogni aspetto, ogni ombra. Sin dal primo momento di
accumulazione di denaro avvenuto con i sequestri di persona, poi impiegato
per il finanziamento di altre attività legali e illegali. “Parte
di tali profitti venne investita nell’edilizia: furono comprati camion,
autocarri e pale meccaniche e furono create ditte mafiose inseritesi poi nella
gestione dell’intero ciclo dell’edilizia e degli appalti pubblici”. “A
Bovalino – continua la relazione – è sorto un quartiere
chiamato dagli abitanti ‘Paul Getty’, dal nome del giovane sequestrato
a Roma il 19 luglio 1973 e rilasciato il 15 dicembre dello stesso anno, dopo
il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e 700 milioni, cifra enorme per l’epoca”.
Sotto la voce “appalti pubblici” compare l’autostrada A3
Salerno-Reggio Calabria, che è diventata una manna per tutti i clan
che con i loro territori si affacciano sulla più grande incompiuta d’Italia:
per ogni metro, una inchiesta per mafia e corruzione. E poi i traffici di rifiuti,
quelli solidi e urbani e quelli speciali. Anche su scala globale: “l’indagine
Export del luglio 2007 – ricorda la relazione – condotta dalla
Procura della Repubblica di Palmi ha consentito il sequestro nell’area
portuale di Gioia Tauro di 135 container carichi di rifiuti di diversa specie e qualità diretti
in Cina, India, Russia e alcuni paesi del Nord Africa”. Alle ‘Ndrine
la Calabria non basta più.