Ecocriticism: leggere per sopravvivere
di Paola Fraschini
Lo scorso 30 ottobre l’Unesco ha compiuto sessanta anni. Nella sua “piena
maturità”, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione,
la scienza e la cultura riconosce che l’ambiente è una priorità
culturale. “Diffondere la cultura della sostenibilità, ovvero una
prospettiva di sviluppo durevole di cui possano beneficiare tutte le popolazioni
del pianeta, presenti e future, e in cui le tutele di natura sociale quali la
lotta alla povertà, la protezione dei diritti umani e della salute si integrano
con quelle ambientali di conservazione delle risorse, trovando sostegno reciproco”.
Con queste parole il presidente della Commissione nazionale italiana Unesco, Giovanni
Puglisi, esprime la forte necessità di un coinvolgimento pratico della
cultura nella crisi dell’ambiente. Ancor di più oggi, in quello che
è stato dichiarato il Decennio dell'educazione
allo sviluppo sostenibile (2005-2014), e dove le emergenze ecologiche non
accennano a diminuire.
Nonostante da Nairobi giunga un ultimatum
sul clima, nonostante numerose specie siano a rischio d’estinzione, l’essere
umano si crede incolume e diverso dalle altre specie con cui condivide la “casa
terra”. Bisognerebbe ispirare nelle persone la coscienza (ecologica) dell’interdipendenza
tra le forme di vita.
Cosa possiamo fare? Modificare i nostri modelli culturali, le nostre gerarchie
di valori, promuovere nuovi stili di vita improntati al rispetto per le risorse
del pianeta e per le culture diverse. In una parola, cambiare il nostro modo di
vedere il mondo.
E come? Sensibilizzando le istituzioni, la società civile e il mondo dell’educazione,
creando una rete di alleanze che si concretizzi in iniziative sul territorio e
stanziamenti finanziari a sostegno di tale politica, certo. Ma “il problema
è come inculcare una tensione all’armonia con la terra in persone
che hanno, in larga parte, dimenticato che esiste qualcosa che si chiama terra,
e per le quali istruzione e cultura sono diventati quasi sinonimo di abbandono
della terra. Questo è il problema dell’educazione a conservare”
(Aldo Leopold).
Quali sono gli strumenti di cui l’etica e la cultura dispongono per fronteggiare
la crisi ecologica?
È possibile fare etica ambientale leggendo Pasolini? E che cosa ci dice Moby Dick del nostro rapporto con gli animali? Avvicinarci ai testi (anche
a quelli classici) con una nuova consapevolezza, facendoli parlare al presente,
e non avendo perciò paura di “usarli”. Ciò significa
dare fiducia ai testi letterari, alla loro capacità di continuare a dirci
qualcosa, anche sulle problematiche dell’oggi.
A questi interrogativi Ecologia
letteraria (disponibile da metà dicembre) cerca di dare una risposta.
Non solo: cerca di costruire, attraverso un’interpretazione “ecologica”
dei testi letterari, possibili percorsi educativi per un’etica dell’ambiente
che si lasci finalmente alle spalle il dualismo, gerarchico e antropocentrico,
di natura e cultura.
Serenella Iovino (docente di Filosofia morale all’Università di Torino)
riprende gli assunti teorici dell’ecocriticism, metodo interpretativo
nato in America negli anni 90, e propone una lettura delle opere letterarie come
veicolo di una “educazione a vedere” le tensioni ecologiche del presente.
Primo studio di tal genere ad apparire sulla scena italiana, arricchito da due
preziosi contributi delle figure portanti del metodo in America, Cheryll Glotfelty
e Scott Slovic. Il risultato è un invito a “vedere” la cultura
come una strategia di sopravvivenza che ci aiuti a superare “evolutivamente”
le sfide della crisi ecologica.
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