Un cigno alla nostra tavola
di Simona Molinari
Ci siamo, l’aviaria è arrivata in Italia. È arrivata (forse) con gli uccelli migratori e i primi a essere stati colpiti (o identificati) sono stati i cigni.
Tra Calabria e Sicilia, nelle “zone di protezione” comprese in un raggio di almeno tre chilometri dai luoghi di rinvenimento dei volatili ammalati, sono stati sequestrati dai NAS decine di migliaia di polli e centinaia di migliaia di uova e chiusi interi allevamenti. I danni materiali sono incalcolabili (Gaetano De Laurentis, Presidente di Avitalia, denuncia costi per 6 milioni di euro al giorno e oltre 90 mila posti di lavoro a rischio), e ancor più grave l’allarme che si sta allargando a tutta l’Europa.
La pandemia sta davvero arrivando? Ancora non si sa con certezza. Quello che invece è sicuro è che la paura è arrivata.
Sindrome a parte, alcune notizie certamente fanno riflettere. È il caso di Cirò Marina (Crotone), dove il Sindaco ha disposto la chiusura di un allevamento (e non invisibile: 14 capannoni con 60.000 galline ovaiole) perché, nella precedente ispezione effettuata dal NAS di Cosenza, è risultato privo di certificato di agibilità, di autorizzazione sanitaria e per gli scarichi reflui e mantenuto in pessime condizioni. Ma se non fosse arrivata l’aviaria, i cittadini di Crotone avrebbero continuato a mangiare polli allevati in questo modo?
La carne non è solo una componente della nostra dieta, è anche un simbolo di ricchezza e prosperità che viene data per scontata nel mondo occidentale e considerata un punto d’arrivo nei paesi in via di sviluppo.
Non a caso, un capitolo intero del nuovo State of the World 2006 (in uscita in libreria a marzo), il celebre annuario del Worldwatch Institute di Washington, viene dedicato proprio a questo argomento: “Allevamenti migliori, pasti più sani, sicurezza di tutti”.
“Da quando, alla fine del 2003, l’influenza aviaria ha cominciato a diffondersi nel Sud-Est asiatico”, riflette Danielle Nierenberg, autrice del capitolo, “i responsabili della sanità pubblica, gli allevatori, i veterinari, i funzionari governativi e i media hanno presentato la malattia come un disastro naturale, dunque impossibile da prevenire. Ma questa forma così virulenta di influenza aviaria non è comparsa dal nulla: il virus dei polli, quello della mucca pazza e altre malattie di recente comparsa che possono essere trasmesse all’uomo dagli animali sono sintomo di un più grande mutamento che sta interessando il settore agricolo”.
L’allevamento industriale si sta diffondendo in tutto il mondo, fagocitando le piccole imprese agricole e gli allevamenti tradizionali di bestiame e concentrando la produzione di carne nelle mani di poche grandi aziende. Questi allevamenti intensivi rappresentano il sistema di produzione di carne a maggiore sviluppo: tutti prevedono la concentrazione di centinaia di migliaia di animali, a cui viene lasciato accesso minimo o nullo alla luce naturale e all’aria aperta e ridotta possibilità di vivere secondo natura. È la condizione ideale alla proliferazione di ogni tipo di infezione e malattia, anche di quelle che rappresentano una minaccia per la salute dell’uomo (vedi a questo proposito il volume Malattia, uomo, ambiente di Tony McMichael, Edizioni Ambiente 2002)
Le confezioni ordinate e asettiche che troviamo sui banchi dei supermercati poco ci raccontano sulle condizioni di vita inflitte agli animali che finiscono sulle nostre tavole, o sulle condizioni di lavoro del personale addetto agli allevamenti e ai macelli.
La vera sfida, e la vera soddisfazione, è rappresentata dunque da come ci procuriamo gli alimenti. Sta a noi, in qualità di consumatori, riconsiderare la posizione della carne nelle nostre abitudini alimentari. Le possibilità sono tante: e chi non vuole o non può diventare vegetariano può sostenere la produzione locale, acquistando carne biologica proveniente da allevamenti a pascolo e foraggio.
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