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A tutto cemento. Intervista a Simona Vinci di Anna Satolli
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Non si scherza con il fuoco di Paola Fraschini
Danni all’ambiente, sostanze pericolose: le norme di Simona Faccioli
Edilizia no limits di Antonio Pergolizzi

A tutto cemento. Intervista a Simona Vinci
di Anna Satolli


Tra Parma e Reggio Emilia è un'infilata di cantieri che riversano cemento sul territorio e sfornano incessanti nuovi complessi residenziali, centri commerciali e presunti paradisi del vivere moderno. In questi luoghi Simona Vinci ha "costruito" Rovina l'ultimo noir VerdeNero già in libreria.

Il tuo è un racconto di abusivismo edilizio, un fenomeno di norma associato alle regioni del sud d'Italia. Come mai, invece, hai deciso di ambientare Rovina in una ricca provincia del nord del paese?
Intanto perché l'equazione abusivismo edilizio = sud non è più vera. E perché abusivismo edilizio significa molte cose, non soltanto costruire una villetta e sperare in un condono. Io credo che la questione sia molto più ampia e che riguardi anche la progressiva cementificazione del nord, i piani territoriali non rispettati, o addirittura malnati, i vincoli idrogeologici aggirati... tutto per costruire, e dunque guadagnare, di più.

Che informazioni hai preso e come ti sei mossa per raccontare questo territorio deturpato dal costruire selvaggio?
Intanto sono andata a guardare. Ad annusare. Luoghi che già naturalmente conoscevo ma che cambiano faccia un mese dopo l'altro: territori di devastazione e saccheggio, ricoperti progressivamente dal cemento. È proprio come scrive il poeta Andrea Zanzotto: dai campi di sterminio allo sterminio dei campi... Poi ho letto documenti relativi a inchieste in corso in quella zona sui rapporti tran clan camorristici, imprenditori locali e pubblica amministrazione, e ho infine cercato di raccontare una storia piccola ma esemplificativa di un sistema. Un sistema apparentemente pulito ma che in realtà è criminale.

Senza voler svelare l'"assassino", chi o cosa sarebbe la "rovina", la vera protagonista di questa storia?
La rovina è l'indifferenza di ogni singolo cittadino per la violenza che gli viene usata: sì, perché ogni volta che qualcuno, in qualsiasi modo, per ragioni di profitto, mette le mani su quelli che dovrebbero essere beni comuni (e quindi terra, aria, acqua) sta mettendo le mani addosso a noi. Dobbiamo almeno tentare di difenderci, e la conoscenza è la prima arma di difesa. E poi, la rovina è che l'economia sana sia sempre più presa nella morsa di quella criminale, al punto che spesso è difficile distinguerle l'una dall'altra.

Hai scelto una narrazione corale. In Rovina la storia cresce via via dal montaggio delle testimonianze lasciate dai protagonisti implicati nella vicenda. Vuoi raccontarci di questa scelta stilistica?
Questa forma è venuta da sé. Ho immaginato una sorta di tragedia greca dove ognuno dei personaggi in scena confessa a qualcuno la sua storia e le sue colpe. La forma giusta era per forza il monologo. Attraverso gli indizi che vengono fuori dai monologhi ho costruito la vicenda.

E l'ultima voce "a deporre" è quella della scrittrice Simona Vinci. Perché hai deciso di esporti, di farti personaggio?
Perché tutto è nato da urgenze personali, private. E perché come cittadina, era ed è mio dovere farlo. Io questa bruttezza, che è estetica e morale al tempo stesso, me la sento addosso e non voglio rassegnarmi a vivere in un mondo così.

A questo punto, con Rovina, sei anche "voce" di VerdeNero. Noir di ecomafia. Perché hai deciso di prendere parte al progetto?
Perché credo che il lavoro di sensibilizzazione a certi temi debba essere capillare e ogni mezzo è buono: la letteratura può avvicinare laddove magari un saggio specialistico allontana. Ho preso parte al progetto perché ci credo, perché se la prima azienda italiana - come afferma il procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna - è la Mafia (le mafie, al plurale) con un fatturato di 90 miliardi di euro (il 7% del Pil), ed è un'azienda che ha nel ciclo del cemento uno dei suoi bacini più ampi, significa che ci portiamo in corpo una malattia mortale, e non possiamo proprio arrenderci senza almeno provare a combatterla.



numero 10 - 10/2007

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