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Edizioni Ambiente in questo numero


Se un giorno (qualsiasi) un imprenditore... di Marco Moro
Un tema scottante. Intervista a Giancarlo De Cataldo di Paola Fraschini
Bici libere di Anna Satolli
Sostanze pericolose. Intervista a Roberto Montali di Simona Faccioli
Casa eco-logica di Diego Tavazzi
Una Finanziaria a energia verde di Ilaria Di Bella
Brucia con dolo di Antonio Pergolizzi

Un tema scottante.
Intervista a Giancarlo De Cataldo
di Paola Fraschini

Con Fuoco! di Giancarlo De Cataldo si chiude il primo anno della collana VerdeNero Noir di ecomafia, un anno intenso e piuttosto "caldo". Il riferimento in questo caso è ai roghi che sono divampati nel corso dell'estate in tutta Italia. Non si dimenticano facilmente le immagini dei boschi del Gargano in fiamme riportate dai tg, e c'è chi queste immagini le ha viste dal vivo, da vicino. Tra questi anche il nostro De Cataldo, facciamoci dire cosa ne pensa.

Fuoco! racconta di due padri in fuga dal proprio passato che trascinano con loro anche i rispettivi figli adolescenti, alla fine si capisce però che i veri protagonisti della vicenda sono l’inferno dei boschi della Puglia e i fuochi incrociati della Camorra. Perchè hai scelto questo tema?
Perché mi sono fatto un giretto sulla Salerno-Reggio Calabria in agosto e i fuochi li ho visti. Erano grandi, imponenti, minacciosi. Non c’è niente come vedere, e toccare con mano, che ti dia il senso della devastazione, e dell’impotenza nostra, almeno in certi luoghi, nel farvi fronte. E non venitemi a parlare di emergenza, perché di boschi incendiati io ne sento parlare da quando ero bambino. E non venitemi a parlare di piromani: se ce ne fossero davvero tanti come si dice, saremmo una nazione di psicopatici. Il che non mi risulta. Siamo, credo, una nazione di furbi, di avidi, di speculatori. Ma non di psicopatici.

Dunque sei d’accordo con noi, non si può scaricare la colpa sui soliti “piromani”. Ma allora qual è la causa di così tanti incendi? Nel libro viene suggerita una lettura interessante del fenomeno...
L’idea che attraversa Fuoco!, una prova di forza della criminalità organizzata, è forse azzardata, estrema, ma, dopo tutto, siamo in un racconto, e non dimentichiamo che questa stessa teorica del terrore la Mafia l’ha già sperimentata, direi con un certo successo, nel biennio ’92-’93. C’è, poi, un’evidente componente localistica, in ogni incendio. Una componente che, va da sé, andrebbe indagata territorio per territorio, zona per zona. Ma, ripeto: ai piromani ci credo poco, quando gli incendi sono così tanti, continui e ricorrenti.

I dialoghi tra i personaggi del libro sono spesso in dialetto, soprattutto nei momenti dove la tensione è più alta. Perchè questa scelta linguistica?
Mi viene spontaneo. È il modo in cui la gente parla quando è sotto tensione, o per scherzare, o per offendere. È l’espressione più spontanea di ciò che sentiamo nei momenti acuti, quando le nostre barriere formali cedono sotto l’impulso dell’emozione. Per i camorristi, poi, il dialetto è una sorta di rivendicazione orgogliosa di appartenenza, un misto di tradizione e di gergo televisivo in salsa dialettale che marca il territorio, anche linguistico, della loro supposta (ma quelli ci credono davvero!) invincibilità.

Quando si parla di incendi boschivi, si parla di illeciti compiuti da singoli a danno di comunità intere, un reato ambientale che coincide con un reato di strage. Tu oltre che scrittore sei anche magistrato, vuoi dare un parere in merito?
Sono, per esperienza, cauto in materia. A volte, sparare imputazioni di serie A significa costruire una tomba processuale, calare una pietra definitiva sull’accertamento. Molto spesso, più utilmente, dai ragionamenti più semplici, dai piccoli passi, dallo studio della concatenazione logica dei dettagli si finisce per arrivare a disegnare il quadro complessivo dei fatti. Questo nelle inchieste: la letteratura è un’altra cosa. Può prendersi tutte le libertà di questo mondo. E immaginare scenari che sarebbe arduo, allo stato, provare compiutamente.

Hai dedicato il libro a tuo figlio Gabriele, consegnandogli il futuro. Le nuove generazioni sono davvero la nostra speranza?
Sono l’ultima speranza, insieme alle donne, naturalmente. Girando per l’Italia, e per le scuole, ho “sentito” una grande sensibilità ai temi ambientali, fra i ragazzi. Magari una coscienza ancora confusa, pre-politica se non proprio anti-politica, ma coscienza, vivaddio, e sensibilità. Ora si tratta, per noialtri, che apparteniamo a una generazione per molti versi fallimentare, di farci rispettosamente da parte: mettiamo a disposizione consigli ed esperienza, se richiesti, ma lasciamo anche ai ragazzi la possibilità di crescere, e di sbagliare, di propria iniziativa.

Cosa significa per te scrivere per VerdeNero?
Mi verrebbe da rispondere con una battuta: è stata un’esperienza incendiaria. Ma, fuori dallo scherzo, il senso è quello di aderire a un progetto che mi ha immediatamente stimolato. A volte si ha voglia di uscire dal proprio guscio di scrittore per confrontarsi con le dure realtà del contemporaneo. E poi, è stata un’altra occasione per ritrovarsi insieme ai compagni di viaggio di sempre, “quelli del noir italiano”, e di altri scrittori coraggiosi e, soprattutto, mai noiosi.



numero 11 - 11/2007

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