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Edizioni Ambiente in questo numero


Se un giorno (qualsiasi) un imprenditore... di Marco Moro
Un tema scottante. Intervista a Giancarlo De Cataldo di Paola Fraschini
Bici libere di Anna Satolli
Sostanze pericolose. Intervista a Roberto Montali di Simona Faccioli
Casa eco-logica di Diego Tavazzi
Una Finanziaria a energia verde di Ilaria Di Bella
Brucia con dolo di Antonio Pergolizzi

Bici libere
di Anna Satolli

Vélo più Liberté, uguale Vélib’. È il nome di battesimo con cui il comune di Parigi ha messo in pista dal 15 luglio scorso il suo progetto di bike sharing, con una partenza di 10.000 biciclette dislocate su 750 punti di prelievo, ma con l’obiettivo di raddoppiare sia il numero dei mezzi sia quello delle stazioni entro la fine del 2007. E – stando agli ultimi dati – ci siamo quasi, il traguardo sta per essere tagliato.
Il sistema di noleggio è semplice, economico e anti-ladro. Ogni stazione dispone di circa 20 “due ruote” e di una colonnina-touchscreen, cioè interattiva, dove acquistare (con bancomat o carta di credito) una formula di abbonamento (costo giornaliero, 1 euro; settimanale, 5 euro; annuale, 29 euro). A titolo di cauzione vengono trattenuti 150 euro. L’abbonamento consente di noleggiare una bici (dal design assolutamente particolare e riconoscibile) in qualsiasi punto di prelievo della città e di tenerla per un massimo di mezz’ora. Se si supera questo limite di tempo scatta una tariffa extra di 1 euro per i primi 30 minuti e di 2 euro per la mezz’ora successiva. Ciò non toglie che si possa tranquillamente depositare il veicolo in una stazione e prelevarne immediatamente un altro, così si rimane nella mezz’ora consentita e non si paga nulla di più. In effetti, l’idea è proprio quella di promuovere i piccoli spostamenti in bici (tragitto casa-lavoro e per il tempo libero). E i parigini sembrano aver aderito in massa all’iniziativa. Da un conteggio che risale alla metà di novembre risultano tra i 114.000-170.000 noleggi al giorno. Inoltre il timore iniziale che un servizio di noleggio a tappeto potesse far precipitare la vendita delle biciclette in città si è rivelato infondato. Addirittura sta provocando l’effetto contrario: dopo aver testato una bici a nolo viene più voglia di investire anche su un mezzo proprio.
Torniamo in Italia, dove la mobilità è sempre uno dei nodi irrisolti nel funzionamento del “sistema-paese”. Lo segnala con chiarezza anche l’Istituto di Sviluppo Sostenibile Italia nel suo rapporto, fresco di stampa, Lo sviluppo sostenibile in Italia e la crisi climatica. Nel volume – a cura del senatore Edo Ronchi, che a dicembre parteciperà e discuterà di questi temi al Primo Forum Sostenibilità di Città della Scienza di Napoli-Bagnoli – emerge quanto il paese sia ancora strettamente dipendente da uno spostamento privato e inquinante: “La mobilità dei passeggeri e delle merci su gomma, dominata dalla componente trasportistica su auto privata e camion, è probabilmente il più critico tra i determinanti di molti dei fattori di pressione sull’ambiente e uno tra i maggiori generatori di costi esterni ambientali e sociali che gravano sulla collettività. Spetta ai trasporti una quota di consumi di combustibili fossili e di emissioni di gas serra dell’ordine di un terzo del totale. Più ancora che l’energia, i trasporti sono l’icona della rigidità del modello corrente di crescita economica, quasi integralmente dipendente dalle fonti fossili di energia. Le tecnologie trasportistiche dei mezzi stradali sono tra le più lente e riottose in termini di innovazione, e continuano a puntare sulla velocità e su prestazioni che non potranno trovare applicazione. Il numero delle morti e dei danni alla persona causati dal trasporto stradale non diminuisce. Il futuro è reso più cupo dalla forte pervasività del modello trasportistico stradale che sta contaminando i paesi di nuovo sviluppo. Il più recente Rapporto Term 2006 (Transport environment reporting mechanism) dell’Agenzia europea per l’ambiente conferma per il trasporto su strada una crescita con ritmi superiori a quella economica, indifferente alle crisi cicliche dell’economia e perfino alle variazioni del costo dei carburanti e conclude che, non la tecnologia, ma il controllo della domanda di mobilità stradale potrà avviare il problema a soluzione. Occorre fare i conti tanto con l’obsolescenza e i limiti di efficienza dei sistemi di trasporto pubblico quanto con la concezione diffusa che la mobilità è un diritto dell’individuo e che l’accesso al trasporto motorizzato è ancora oggi un fattore di emancipazione e di libertà individuale per il quale si possono pagare prezzi, in termini di perdite di vite umane, di compromissione della salute, di perdite di tempo nella congestione urbana, che non hanno eguali in altri settori. Le misure di controllo della domanda, limitazioni, divieti, road pricing e aree di interdizione del traffico, sfidano sempre l’impopolarità. Le misure già in corso di attuazione nei diversi paesi non hanno ancora intaccato la sostanza del problema, pure avendo messo in chiaro che si tratta di soluzioni razionali e praticabili lungo una via di contenimento di questo tipo di mobilità, via che è comunque obbligata”.
Quindi anche il bike sharing è una di quelle scelte obbligate, inizialmente impopolari, ma delle quali c’è un gran bisogno. Questo prova, sul fronte urbano, il caso di Parigi, dove i vantaggi hanno ben presto ribaltato le riserve e sono resi evidentissimi dal gran numero di Vèlib’ che sfrecciano in città.



numero 11 - 11/2007

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