L'ambiente illegale di Marco Moro
L’agricoltura può ridurre le emissioni di CO2 di Ilaria Di Bella
Parole di ecomafia di Anna Satolli
Razza energivora di Paola Fraschini
Stretta sui reati ambientali di Simona Faccioli
Il clima è sotto esame di Simona Molinari
Parole di ecomafia
di Anna Satolli
Associazione mafiosa e corruzione. È questa l’imputazione
che lo scorso 4 aprile ha fatto scattare a Trapani le manette per Bartolo
Pellegrino l’ex vicepresidente della Regione Sicilia. Già assessore
regionale al Territorio e Ambiente, e oggi leader del movimento “Nuova
Sicilia”, Pellegrino sarebbe stato un “gancio” politico,
un riferimento nell’amministrazione, con cui la cosca trapanese avrebbe
alimentato negli anni il suo controllo nel settore dell’edilizia. Implicato
nel caso della speculazione edilizia del quartiere di Villa Rosina a Trapani,
che prevedeva la costruzione di appartamenti residenziali, “garantiti” grazie
alla modifica nel piano regolatore degli indici di edificabilità e
quindi della destinazione d’uso da verde agricolo a zona edificabile
delle aree interessate; coinvolto negli appalti pilotati, come quello per
i lavori della funivia Trapani-Erice, Pellegrino – secondo i pm
della Dda di Palermo – avrebbe anche preso accordi con i boss mafiosi
per individuare i candidati “ideali” alle prossime elezioni politiche.
È questo un nuovo caso che va ad accrescere la lunga lista nera del “ciclo
del cemento”, una delle voci più redditizie per l’ecomafia
e che si esprime in modo organizzato in abusivismo edilizio, attività estrattive
illegali, gestione di appalti ecc. Tutti crimini contro l’ambiente contenuti
nel Rapporto
Ecomafia 2007 di
Legambiente che documenta con puntiglio, regione per regione, i numeri delle
infrazioni, l’entità dei guadagni illeciti, gli attori implicati
e le organizzazioni criminali coinvolte. E non solo nel settore del cemento,
perché ecomafia significa anche traffico illecito di rifiuti, “racket
di animali”, furti di opere d’arte, per un’illegalità con
cifre da capogiro. Proviamo quindi a leggere meglio il fenomeno rivolgendo
alcune domande ad Antonio Pergolizzi, il coordinatore nazionale dell’Osservatorio
Ambiente e Legalità di Legambiente che ha collaborato alla curatela
del Rapporto Ecomafia di quest’anno.
Anche se “ecomafia” è una parola entrata a far parte
del vocabolario italiano (la si trova nello Zingarelli), merita comunque precisare
a che cosa si riferisce, definire i suoi settori di attività...
Il termine ecomafia è un sostantivo che comprende tutta l’illegalità ambientale,
che per ragioni di sintesi individuiamo in quattro macro aree: il ciclo dei
rifiuti, dai traffici e gestione illecita di quelli speciali alle infiltrazioni
mafiose nella gestione di quelli solidi urbani; il ciclo del cemento, dall’utilizzo
abusivo di cave e corsi d’acqua per l’accaparramento del materiale
necessario al calcestruzzo, alle costruzioni abusive e alle infiltrazioni negli
appalti pubblici; il cosiddetto “racket degli animali”, principalmente
le corse clandestine di cavalli, il commercio di specie protette, il bracconaggio
e i combattimenti clandestini; e la cosiddetta “archeomafia”, cioè l’aggressione
al nostro patrimonio culturale, a cominciare dai siti archeologici, musei,
chiese e privati.
L’ecomafia italiana “fattura” grandi cifre. Il giro
d’affari complessivo stimato per il 2006 è di circa 23 miliardi
di euro. Una somma imponente che dà la portata di un fenomeno in crescita.
Quali sono gli altri numeri significativi dell’illegalità in
Italia e quali le regioni più colpite?
Sorprendentemente i numeri dell’illegalità ambientale del 2006
assomigliano troppo a quelli del 2005: solo 6 infrazioni in più, per
l’esattezza 23.668, rispetto alle 23.660 dell’anno precedente.
Le regioni più esposte sono quelle del sud, quelle dove le organizzazioni
mafiose grazie al loro potere intimidatorio inquinano l’economia legale,
intercettano i soldi pubblici che servono solo ad accrescere il loro potere
economico e sociale: mafie come sanguisughe che impediscono la crescita del
sud e ogni forma di sviluppo. A partire dalla Campania che anno dopo anno matura
record: quest’anno è prima nella classifica sull’illegalità ambientale
con 3.169 infrazioni alla normativa ambientale accertate; prima in quella sull’illegalità nel
ciclo dei rifiuti con 448 infrazioni accertate; prima in quella sul ciclo del
cemento con 1.166 infrazioni accertate. Ma non va affatto bene al Lazio che è terza
in classifica per quanto riguarda il ciclo del cemento, con due reati al giorno,
in particolare nelle province di Roma e Latina che con 490 infrazioni raggiungono
il 70% sul totale regionale. E se il cemento illegale colpisce in maniera più grave
le regioni del sud, nel ciclo dei rifiuti la situazione si spalma con più democrazia:
a parte la Val d’Aosta, nessuna regione sembra esclusa dai traffici,
le rotte di questi tagliano il paese da un capo all’altro senza soluzione
di continuità.
Non ci si ferma più all’Italia, si parla anche di mercati
internazionali dell’ecomafia, di un sistema globalizzato...
L’ecomafia è un fenomeno per definizione globale, i confini nazionali
costituiscono più una occasione che un problema. Ciò vale soprattutto
per i traffici dei rifiuti, di specie protette animali e vegetali e di opere
d’arte. Per quanto riguarda i primi, le tre ultime maxi operazioni delle
forze dell’ordine e della magistratura, condotte tra luglio a marzo di
quest’anno, hanno svelato giganteschi traffici illegali verso Cina, India,
Siria, Croazia, Austria e alcuni paesi del Nord Africa. Basti pensare che nel
2006 sono stati sequestrati dalle dogane italiane 286 container carichi di
circa 9 mila tonnellate di rifiuti destinati all’esportazione in violazione
alle normative poste a tutela dell’ambiente; sono state redatte 86 notizie
di reato e denunciate alla magistratura più di 70 aziende. Per avere
un’idea immediata dei quantitativi dei sequestri effettuati dalle nostre
dogane, i container sequestrati messi uno accanto all’altro potrebbero
formare una barriera lunga più di 3 chilometri e il loro maleodorante
e pericoloso contenuto potrebbe equivalere a una collina di circa 20.000 metri
cubi. Cifre da capogiro anche per i traffici di specie animali protette. Secondo
il Corpo Forestale dello Stato il giro d’affari globale messo in piedi
dalle “multinazionali del crimine” è stimato intorno a 1,5
miliardi di euro: a rischio c’è l’estinzione di circa 100
specie di animali ogni anno, sia terrestri che marine.
Il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ha affermato che “se
esiste un mercato per lo smaltimento illegale dei rifiuti tossici è perché i
clienti non mancano. Questo fenomeno non è il prodotto solo di mafiosi,
camorristi, ndranghetosi, o della Sacra corona unita ma anche di una parte
del nostro sistema economico che ritiene più conveniente rivolgersi
alla malavita organizzata per smaltire i rifiuti piuttosto che seguire le
pratiche legali”. Questo mercato, infatti, sembra attrarre sempre di
più nelle sue maglie anche figure “senza macchia”, nuovi
soggetti senza precedenti criminali...
Spesso una parte del mondo imprenditoriale prende troppo alla lettera il verbo
capitalistico che si fonda esclusivamente sulla massimizzazione degli utili
e la minimizzazione dei costi. Occorre un serio ripensamento del modo di fare
impresa nel nostro paese, gli imprenditori devono impegnarsi affinché i
rifiuti prodotti dalle loro attività siano gestiti secondo la legge,
in modo da non incidere oltre sulla salubrità dell’ambiente e
sulla salute dei cittadini. Un’imprenditoria responsabile e cosciente
del proprio ruolo potrebbe diventare la migliore alleata di chi per mestiere
e per vocazione si occupa della tutela dell’ambiente.
Il procuratore
nazionale Antimafia Pietro
Grasso ha sottolineato che per far fronte ai crimini di natura ambientale, ancora
fortemente depenalizzati, occorre intervenire con modifiche sul piano normativo.
Oggi come è regolata la materia e quali sono le proposte di modifica
avanzate?
Dopo decenni di far west, di impunità e saccheggi, grazie soprattutto
all’attività di pressione di Legambiente, è stato introdotto
il delitto di organizzazione di traffico illecito di rifiuti (ex art. 53 bis
del decreto Ronchi, oggi art. 260 del nuovo Codice ambientale 152/06). Altri
due passi in avanti sono stati fatti nel 2004 con l’aggiunta del delitto
di incendio boschivo e di corse e combattimenti clandestini di animali. Ma
ancora molto rimane da fare, a cominciare dall’introduzione nel nostro
Codice penale del delitto
ambientale,
al fine di contrastare efficacemente il business ambientale che assieme alle
organizzazioni mafiose vede coinvolti anche personaggi dalla fedina penale
pulita. Avvelenare e saccheggiare l’ambiente è un assassinio,
solo che è dilazionato nel tempo, e come tale deve essere punito.