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Il clima, la Finanziaria e i deputati
di Ilaria Di Bella
Tra molte polemiche si è chiusa a Roma il 13 settembre la prima Conferenza
nazionale sui cambiamenti climatici, una due-giorni di seminari organizzata
dal ministero dell’Ambiente con Apat, che ha puntato sulle strategie
di adattamento e ha prodotto un Manifesto con una serie di richieste/proposte per il governo. Più o meno una settimana
dopo, martedì 18, la Camera dei Deputati ha approvato a larga maggioranza
(242 voti), con l’astensione della Cdl, una risoluzione dell’Unione
che impegna il governo ad assumere gli orientamenti di politica contenuti in
un corposo documento
elaborato dalla Commissione ambiente in quasi un anno di lavoro e decine di audizioni. La relazione firmata dai
deputati (con in prima linea il presidente Ermete Realacci e Raffaella Mariani,
entrambi dell’Ulivo) parte dal presupposto che il 2007 è stato
l’anno del consenso globale sulla necessità di massicci interventi.
E poi entra nel merito, con un lungo, lucido e dettagliato “elenco della
spesa”, di cui è utile menzionare almeno i capitoli principali:
il “risparmio” inteso come nuova fonte energetica, l’edilizia
(“consumare meno energia”), quindi le rinnovabili (da dirigere “verso
una forte espansione”), “centrali elettriche più moderne
e più sicure”, “infrastrutture: la cura del ferro”, “trasporti:
più efficienza e meno emissioni”, i combustibili “naturali”,
le nuove tecnologie, la ricerca, l’educazione. Non sfugge l’importanza
del ruolo dell’Europa, sia in termini di strategie di mitigazione (vedi
Protocollo di Kyoto) sia di adattamento. Senza giri di parole, Ermete Realacci
ha chiarito che questo documento sul clima “rappresenta un’ottima
base di lavoro per il governo. La prossima Finanziaria sarà il banco
di prova per verificare se l’Esecutivo avrà tenuto conto delle
indicazioni del Parlamento”. Più modestamente, il Manifesto per
il Clima, “un new deal per l’adattamento sostenibile e la sicurezza
ambientale”, dopo aver rilanciato gli obiettivi europei di ulteriore
riduzione del 20% entro il 2020 nella rinegoziazione di Kyoto, punta a un piano
nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. A questo punto urge a breve
l’auspicata conferenza nazionale sul clima e l’energia, che veda
finalmente sedere allo stesso tavolo non solo il ministero dell’Ambiente
e quelli dell’Economia e dello Sviluppo economico, ma anche il mondo
dell’industria e più in generale dell’impresa. Il problema
e le ricette per affrontarlo sembrano infatti ormai chiari (anche se il negazionismo
ha rifatto capolino sui media proprio in questi giorni), ma le decisioni, che
spettano alla politica, riguardano tutti e vanno negoziate per essere credibili,
attuabili e, alla fine, attuate.