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Dumping al vetriolo di Antonio Pergolizzi

Dumping al vetriolo
di Antonio Pergolizzi


Con la globalizzazione il mondo è diventato più piccolo. Uomini e merci hanno preso a muoversi e a viaggiare liberamente a ritmi vorticosi. Nuovi mercati e  nuove opportunità economiche si sono improvvisamente materializzati per imprenditori onesti, ma anche per le organizzazioni criminali. Non solo droga, contrabbando e armi, ma anche rifiuti. Veleni capaci di uccidere ogni ecosistema cominciano sin dalla fine degli anni ’80 a viaggiare in direzione del Sud del mondo e a "sparire". E, con l’affermazione negli anni ’90 del neoliberalismo su scala globale, i guai aumentano. Le grandi autostrade del mare, dove viaggia circa l’80% delle merci, si riempiono di criminali ambientali pronti a scaricare scorie radioattive e rifiuti tossici al minor costo possibile. L’apertura delle frontiere fra i paesi membri dell’Unione europea e le aree di libero scambio fra vaste aree del mondo rendono praticamente impossibile per le forze dell’ordine dei singoli paesi arginare i traffici illeciti.
La “rifiuti connection” acquisisce una dimensione internazionale, aprendo un nuovo capitolo nella storia delle mafie.
In Italia i primi a capire che la “monnezza è oro” sono  i clan camorristi e le ‘ndrine calabresi che non fanno differenza fra traffici nazionali o internazionali: per loro “tuttu u munnu è paisi”. Ma non fanno tutto da soli. Massoneria e pezzi dei servizi segreti deviati fanno il lavoro pulito, mettono assieme contatti e complicità, i clan fanno quello sporco. Come il gioco delle tre carte, da una parte entrano rifiuti e dopo una serie di passaggi questi scompaiono. Dove? In mare, nelle campagne campane, in mezzo alle montagne calabresi, lungo le coste di paesi africani o albanesi o turche. Mentre in Italia nessuno si accorge di niente, loro, i clan e i loro complici “graduati”, fanno montagne di soldi. In particolare, il mar Mediterraneo e le coste africane cominciano a inghiottire ogni sorta di schifezza tossica che nessun paese industrializzato vuole smaltire sul proprio territorio. L’Italia si pone all’avanguardia in questo genere di dumping al vetriolo. A parlare del nostro paese come uno dei terminali di vasti traffici internazionali di rifiuti tossici non sono solo Legambiente e Wwf, lo confermano i magistrati che indagano a Reggio Calabria e a Paola, la Direzione investigativa antimafia, il ministero dell’Interno, la Commissione bicamerale d’inchiesta sui rifiuti, i rapporti dell’Onu.
Il metodo utilizzato dai trafficanti è innanzitutto l’affondamento pianificato delle cosiddette “carrette” del mare, vecchie imbarcazioni caricate ad arte d’ogni genere di rifiuti. Le due associazioni ambientaliste censiscono ben 52 navi affondate nel Mediterraneo, un cimitero tossico che custodisce i segreti e le vergogne di quegli anni.
A riportare a galla quei traffici è stato lo tsunami del 2004 che ha colpito in Sudest asiatico e parte delle coste africane. Le grosse onde generate dallo straordinario evento naturale hanno infatti riversato sulle spiagge somale, in particolar modo tra le città costiere di Obbia e di Warsheik a nord di Mogadiscio, numerosi fusti e container stracolmi di rifiuti speciali pericolosi o radioattivi che, secondo l’Onu, a partire dagli anni ’80, e soprattutto in seguito alla guerra civile del 1991, sono stati smaltiti illegalmente nel tratto di Oceano Indiano su cui si affaccia la nazione africana. I danni ambientali sono ancora difficili da quantificare.
Nel nuovo millennio i traffici di rifiuti hanno assunto una nuova veste: niente “navi a perdere” ma grandi navi cariche fino all’orlo, container che girano il mondo alla ricerca del miglior offerente, del posto e del modo più economico per lo smaltimento. In questo gioco i grandi porti svolgono un ruolo cruciale. A Napoli i cinesi hanno cominciato a mettere le mani sul porto. E analogamente i porti di altre città d’Italia come Taranto, Cagliari,  Genova,  La Spezia, Gioia Tauro sono finiti in mani straniere. Oggi chi gestisce i punti di snodo marittimo ha la capacità di controllare i commerci, anche quelli illeciti. E da questo punto di vista sarebbe opportuno tenere una posizione analoga a quella statunitense, tesa cioè a mantenere la gestione dei porti in mani nazionali e pubbliche.
La rotta dei veleni più battuta è quella Europa-Cina. Quest’ultima per sostenere il suo tasso di crescita ha bisogno di tutto, e tutto diventa materia prima: carta, plastica, materiale elettronico e di alta tecnologia. Un business per le aziende nostrane che a costo zero, o addirittura guadagnandoci pure, smaltiscono i propri rifiuti.
Nell’operazione dei Carabinieri denominata “Mesopotamia” scattata il giorno di San Valentino di quest’anno vengono sequestrati nei porti di Trieste e Marghera (Ve) 18 container contenenti rifiuti in plastica e carta. Destinazione Cina e Siria. Estremo Oriente e Medio Oriente in un colpo solo. L’indagine fa emergere l’esistenza di un traffico illecito di rifiuti provenienti da ditte friulane e da altre aziende del nord Italia (Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto) che, camuffati da materia prima seconda, mediante il sistema della triangolazione e/o girobolla venivano dapprima fatti confluire presso un sito di stoccaggio non autorizzato e poi – senza aver subito alcun trattamento di recupero – commercializzati nei due paesi.
Un caso da manuale che sottolinea come l’Italia sia sempre al centro dei traffici internazionali di rifiuti. Cambia il modo, ma la sostanza rimane la stessa. Solo che adesso Carabinieri, Guardia di Finanza, Capitanerie di Porto e Agenzia delle Dogane, supportati da una legislazione più idonea, hanno sviluppato capacità investigative e repressive prima sconosciute. Ciò ha reso i percorsi criminali meno agevoli e più rischiosi. E per una volta l’Italia legale non sta più a guardare.



numero 9 - 9/2007

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