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Vero VerdeNero?
di Paola Fraschini e Anna Satolli
Con l’ultimo VerdeNero del 2007 il rapporto
tra realtà e finzione si ribalta: succede a volte che l’informazione
prediliga il racconto solo parziale dei fatti, allora tocca al romanzo assumersi
il compito di svelare altri sguardi sulla realtà, offrire spunti di
interpretazione possibile. È un gioco di pesi tra invenzione e verità,
che di libro in libro, trova equilibri diversi. Di certo in VerdeNero il
mondo reale entra spesso con prepotenza nel racconto. Lo ha fatto anche nelle
ultime quattro uscite della collana – Fuoco!, Rovina,
L’uomo cannone,
Melma – proprio perché i temi protagonisti di questi
racconti sono di bruciante attualità.
Fuoco! di
Giancarlo De Cataldo racconta di due padri in fuga dal proprio passato che
trascinano con loro anche i rispettivi figli adolescenti, alla fine si capisce
però che
i veri protagonisti della vicenda sono l’inferno dei boschi della Puglia
e i fuochi incrociati della camorra. Perché hai scelto questo tema?
De Cataldo: Perché mi sono fatto un giretto sulla
Salerno-Reggio Calabria in agosto e i fuochi li ho visti. Erano grandi, imponenti,
minacciosi. Non c’è niente come vedere, e toccare con mano,
che ti dia il senso della devastazione, e dell’impotenza nostra, almeno
in certi luoghi, nel farvi fronte. E non venitemi a parlare di emergenza,
perché di boschi incendiati io ne sento parlare da quando ero bambino.
E non venitemi a parlare di piromani: se ce ne fossero davvero tanti come
si dice, saremmo una nazione di psicopatici. Il che non mi risulta. Siamo,
credo, una nazione di furbi, di avidi, di speculatori. Ma non di psicopatici.
Dunque
sei d’accordo con noi, non si può scaricare la
colpa sui soliti “piromani”. Ma allora qual è la causa
di così tanti incendi? Nel libro viene suggerita una lettura interessante
del fenomeno...
De Cataldo: L’idea che attraversa Fuoco!,
una prova di forza della criminalità organizzata, è forse azzardata,
estrema, ma, dopo tutto, siamo in un racconto, e non dimentichiamo che questa
stessa teorica del terrore la Mafia l’ha già sperimentata, direi
con un certo successo, nel biennio ’92-’93. C’è,
poi, un’evidente componente localistica, in ogni incendio. Una componente
che, va da sé, andrebbe indagata territorio per territorio, zona per
zona. Ma, ripeto: ai piromani ci credo poco, quando gli incendi sono così tanti,
continui e ricorrenti.
In Rovina – invece – emerge
un sistema malato e vorace del costruire nel nord Italia, raccontato da chi
ne fa parte e dalle sue vittime. Quanta realtà c’è in
questa finzione? E chi pensi debba, e possa, nella realtà tentare
di cambiare le cose?
Simona Vinci: Di realtà temo ce ne sia molta. Probabilmente,
molta di più anche di quello che possiamo immaginare. Non c’è più una
distinzione netta tra economia sana ed economia criminale, sono intrecciate… Addirittura
il colosso del cemento italiano, Italcementi – secondo il rapporto "Sos
Impresa", presentato dalla Confesercenti – avrebbe ceduto
alla morsa della ‘Ndrangheta…
questo, tanto per fare un esempio. Io non so se sia davvero possibile cambiare
le cose, non ho una visione molto rosea, ma credo che comunque non bisogna
rassegnarsi a vivere in un mondo dove tutto è assoggettato al profitto.
Quindi la risposta è TUTTI. Tutti i singoli cittadini hanno il dovere
di guardarsi attorno e farsi delle domande, ad esempio quando acquistano
una casa. Questo perché quello che accade al territorio in cui viviamo
accade a noi. E chi fa violenza al territorio la fa anche alle persone che
su quel territorio ci abitano.
Il titolo del tuo ultimo libro, L’uomo
cannone, sembra
alludere al mondo del circo, a un mondo “alla rovescia” che ha
dell’incredibile, ma leggendo si scopre che in un mondo “dove
tutto è possibile” c’è in verità ben poco
da ridere. Chi è costui, esiste davvero o è frutto della tua
immaginazione?
Piero Colaprico: Nella realtà, stando ai documenti che mi hanno fornito alcuni detective
di Legambiente – detective è un termine non usato impropriamente,
perché questi hanno davvero indagato – esiste sul serio una
(e forse più d’una) multinazionale “Klauspryde” che
tra le varie attività contempla anche quella del traffico internazionale
di rifiuti, così come esiste un vero “uomo cannone”, principale
artefice delle attività della società. Certo, non si chiama
così e nessuno lo chiama così. Sinora. Infatti, ogni scrittore è contento
se riesce a dare un nome a qualcosa. Avevo anch’io pensato all’effetto
circo, il problema è che mentre nel circo è l’uomo cannone
a rischiare la pelle, nella realtà a rischiarla siamo noi, grazie
alle “sparate” di scorie nucleari dell’uomo cannone.
Nel tuo eco-thriller Melma il “Petrolchimico
dell’Alto Adriatico” è l’invenzione, nel futuro,
di un luogo altamente tossico che corrisponde allo stadio finale di un prolungato
avvelenamento del pianeta da parte dell’uomo. Quanta fantascienza e
quanta verità sta nel tuo racconto?
Eraldo Baldini: Vorrei fosse solo fantascienza, fosse solo
paura, solo pessimismo. Ma essere ottimisti non è facile, davanti
a dati e a realtà che, senza dovere ipotizzare il futuro, già oggi
si presentano assai preoccupanti. Inquinamento, cambi climatici, disastri
e dissesti sono sotto gli occhi di tutti, sia nelle loro manifestazioni più eclatanti,
sia in quelle meno appariscenti ma non meno terribili, come la tossicità a
lungo termine di fumi, scarichi, emissioni. Insomma, il Petrolchimico che
io descrivo è l’emblema di un mondo che potrebbe esistere se
non si comincia da subito a cambiare rotta.
Per scrivere il mio romanzo mi sono basato molto su relazioni (di Legambiente,
di Greenpeace e di altri) che ho modificato in modo peggiorativo per essere
coerente col quadro che volevo delineare nella finzione narrativa; ma, anche
nella loro forma originale e nella loro cruda attualità, quelle relazioni,
quei dati non possono che far riflettere e rabbrividire.