Da Napoli a Malva di Marco Moro
Un manuale per certificare gli edifici di Giuliano Dall'Ò
Doppiopetto e pistola. L’ultimo Wu Ming di Paola Fraschini
Cambio di rotta di Diego Tavazzi
Un progetto a Napoli: provare per credere di Anna Bruno Ventre
Rifiuti S.p.A. di Antonio Pergolizzi
L'emergenza prima della crisi di Ilaria Di Bella
Cambio di rotta
di Diego Tavazzi
“20-20-20”: in queste tre cifre è riassunto il piano dell’Unione
europea per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. Si tratta di
un pacchetto di proposte legislative che pongono l’Unione all’avanguardia
nella lotta contro gli effetti del surriscaldamento globale: entro il 2020,
i paesi contraenti dovranno ridurre del 20% le emissioni di anidride carbonica,
facendo crescere al 20% la quota di energia derivante da fonti rinnovabili.
A queste misure dovrà poi sommarsi un miglioramento del 20% dell’efficienza
energetica complessiva.
Il documento deve ora passare al vaglio del Parlamento europeo e degli stati
membri, ed è prevedibile che il suo cammino non sarà agevole,
basti pensare alla durezza del confronto sulle limitazioni previste per le
case produttrici di autoveicoli.
All’Italia vengono imposti una riduzione del 13% delle emissioni di gas
a effetto serra e un incremento del 17% dei consumi energetici derivanti da
fonti rinnovabili. Sono obiettivi molto ambiziosi per un paese come il nostro,
che, secondo il Rapporto
Ambiente Italia 2008,
ancora non sembra aver capito appieno la portata della sfida posta dal cambiamento
climatico, la sua gravità e le opportunità che offre in termini
di crescita, innovazione e sviluppo sostenibile.
Il panorama italiano resta infatti sconfortante: i dati raccolti nella sezione “Indicatori” del
volume restituiscono l’immagine di un sistema energetico ancora troppo
dipendente dai combustibili fossili e in cui le fonti rinnovabili stentano
a decollare, a fronte di una crescita costante dei consumi di tutti i settori
(industriale e servizi, trasporti, residenziale) con il conseguente aumento
delle emissioni di gas climalteranti.
In una situazione internazionale come quella attuale, caratterizzata da una
scarsità di risorse sempre più evidente e dall’aumento
del numero di soggetti interessati ad accaparrarsi tali risorse, appare urgente
cambiare rotta, e il Rapporto 2008 propone un percorso praticabile.
Innanzitutto, al contrario di quanto di solito si afferma, nel nostro paese
non manca la capacità di produrre innovazione e di realizzare progetti
tecnologicamente avanzati: lo dimostrano anche le schede sulle “Best
Practices”, in cui vengono documentati i risultati ottenuti da
aziende e università italiane, come i moduli fotovoltaici realizzati
con materiali alternativi al silicio, gli impianti a concentrazione solare
o i prototipi per la generazione di energia da impianti eolici ad alta quota.
Secondo quanto scrivono gli autori del Rapporto, quello che manca
all’Italia è un piano di ampio respiro e lungimirante, che si
traduca prima di tutto in uno sforzo per generare sensibilità e consenso
sociale. La richiesta di cambiamento, che già oggi emerge in molte fasce
della popolazione, deve essere intercettata e rafforzata a tutti i livelli,
anche per sviluppare professionalità specializzate ai livelli intermedi
(architetti, ingegneri, geometri, installatori). Servono poi politiche economiche
capaci di incentivare il ricorso alle fonti rinnovabili e un quadro normativo
chiaro e semplificato, che consenta alle aziende e ai cittadini di operare
in direzione dell’efficienza. È poi necessario, si legge nel Rapporto, rivedere
la distribuzione delle competenze tra i vari settori dell’amministrazione
statale, anche per garantire la coerenza tra gli obiettivi politici e l’azione
dei soggetti indipendenti, come l’Autorità per l’Energia
o i gestori di rete. Infine, servono interventi puntuali per superare le resistenze
degli enti locali, che in molti casi hanno adottato atteggiamenti conflittuali.
A giudicare però dagli ultimi avvenimenti, e dagli scenari che lasciano
intravedere, l’Italia difficilmente riuscirà a ottemperare agli
obblighi fissati in sede europea. Se così fosse, un’ulteriore
perdita di competitività, accompagnata da costi sociali a oggi impossibili
da prevedere, potrebbe abbattersi su un sistema sempre più in affanno.
La sfida è aperta: il Rapporto 2008 indica la strada da imboccare.