
Cibo, limiti e futuro
L’eredità culturale di Carlo Petrini
“L’uomo, monotono universo / crede allargarsi i beni / e dalle sue mani febbrili / non escono senza fine che limiti”. Inizia così, con i versi di Giuseppe Ungaretti, la prefazione che Carlo Pertini scrisse nel 2011 per la prima edizione di "Prosperità senza crescita" di Tim Jackson.
In quel breve testo raccontava anche del discorso tenuto da Manfred Max-Neef a Terramadre l’anno prima, quando l’economista cileno raccontò che dopo essersi domandato per anni cosa distingueva l’uomo dalle altre specie viventi giunse alla conclusione che “è la stupidità, la capacità di compiere azioni che finiscono con il danneggiarlo, azioni senza senso. In effetti è proprio così: più ci affanniamo, più ci troviamo di fronte a limiti che poi abbiamo la tentazione di aggirare, con il risultato che ne produciamo continuamente di nuovi, in maniera quasi esponenziale.”
Sostenere, come si legge spesso in questi giorni, che Carlo Petrini sia stato una delle figure chiave per la cultura gastronomica contemporanea, è quindi decisamente riduttivo. Ugualmente fuorviante è riferirsi al movimento di cui è stato fondatore come a un soggetto la cui finalità sia il “ritorno alle tradizioni”, soprattutto quando il concetto di “tradizione” riferito al cibo si fa corrispondere a ipotetiche necessità di difesa di una non meglio precisata “identità nazionale”. Fumo negli occhi per nascondere la realtà di un sistema agroalimentare che è lontano da qualsiasi prospettiva di autonomia, ma soprattutto di sostenibilità ambientale ed economica e di equità sociale.
È stridente il contrasto tra gli obiettivi perseguiti dalla rete globale che oggi fa riferimento a Slow Food e le distorte idee di “tradizione” ed “eccellenza” evocate ogni volta che una politica incompetente e condizionata da interessi di parte intende ostacolare esattamente tutte quelle misure che, anche timidamente, andrebbero nelle direzioni in cui si riconosce il movimento.
Limitare quindi il significato di Slow Food alla riscoperta della gastronomia, della qualità del cibo, delle produzioni di nicchia per una élite di consumatori con adeguata disponibilità di tempo e denaro oscura l’impatto reale che le idee di Petrini hanno avuto, persino (opinione personale) nel contribuire come effetto collaterale (e immagino indesiderato) all’attuale sovraesposizione mediatica del cibo. Credo che il maggior valore da riconoscere all’opera di Petrini sia il richiamo alla necessità di farsi delle domande, quando si acquista, si prepara e si consuma il cibo, e parallelamente quando si lavora nella sua produzione, trasformazione e immissione al commercio.
Interrogarsi sulla funzione e sugli effetti delle azioni e delle scelte, anche individuali, che si fanno ma ricordandosi di “guardare all’immagine complessiva” (cit. Kate Raworth). Pochi anni fa una ricerca guidata da Johan Röckstrom e Pavan Sukhdev mise in evidenza come agire sul settore agricolo e agroalimentare fosse l’unica tra le strategie per la sostenibilità capace di produrre effetti positivi su tutti i trend riguardanti i nove confini planetari. Da Rachel Carson a Lester Brown, troviamo il settore agricolo come punto focale per l’elaborazione delle analisi e delle teorie che hanno dato forma alla cultura della sostenibilità. Le idee di Carlo Petrini e ciò che hanno prodotto – la rete dei duemila gruppi di Slow Food internazionale, gli eventi come Terramadre, l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo – vanno lette in questo contesto per coglierne il valore.
“Economie come quelle agricole, come quelle che ci danno il cibo, che ci parlano della nostra storia, di chi siamo e di come interagiamo con il mondo circostante. Dobbiamo conoscere i nostri limiti per fermarci in tempo, per lavorare di più su che cosa si può fare dentro questi limiti, e non oltre” scriveva Petrini sempre nella prefazione al volume di Tim Jackson, concludendo così “Non si tratta di fare grandi sacrifici rinunciando alla crescita: stiamo pensando a come vivere bene, a come recuperare dai danni compiuti a causa della nostra ottusa stupidità, attraverso azioni molto piacevoli come il mangiare, lo stare insieme, il condividere, il non sprecare, il donare. Che male c’è se tutto ciò vale sia in quanto poesia, sia in quanto economia?”. RIP.



