
Il turismo che resta, il turismo che consuma
Intervista a Cristina Nadotti sul successo del suo libro-inchiesta e sulle sfide del turismo sostenibile
È passato oltre un anno dall’arrivo in libreria de Il turismo che non paga di Cristina Nadotti, l’inchiesta sul fenomeno dell’overtourism in Italia, dalle grandi città ai piccoli borghi, fino alle aree turistiche urbane e naturalistiche. Un libro che ha attraversato l’Italia tra presentazioni e convegni, portando al centro del dibattito un tema sentito da Nord a Sud dello Stivale, isole comprese.
Il turismo è sempre una risorsa? Non sempre. In alcuni casi, infatti, può trasformarsi in un fattore di forte pressione su territori e comunità, mettendone a rischio equilibri sociali, ambientali e culturali.
In questi giorni è arrivato un importante riconoscimento: la vittoria del Premio Demetra per la letteratura ambientale 2026, il premio nazionale organizzato da Comieco che valorizza ogni anno i volumi capaci di raccontare al meglio i temi più urgenti del dibattito culturale e ambientale contemporaneo.
Intervistiamo quindi l’autrice, la giornalista Cristina Nadotti, per tracciare un bilancio di questo intenso anno di incontri, riflessioni e confronto pubblico.
Cristina, il tuo libro-inchiesta ha avuto, e continua ad avere, una vita lunghissima. Come per ogni libro, ci sono due momenti fondamentali: quello della nascita (fatto di studio, ricerca e interviste, particolarmente intenso nel caso di un’inchiesta come questa) e quello dell’arrivo nelle librerie, quando il volume inizia un percorso autonomo tra le mani di lettrici e lettori.
Partiamo dalla prima fase: quali sono state le sfide principali durante la scrittura? E quali realtà, testimonianze o incontri emersi durante la ricerca ti hanno colpita di più e hanno trovato spazio nelle pagine del libro?
“Quando ho iniziato a raccogliere le idee mi è stato subito chiaro che il rischio sarebbe stato di scrivere un libro elitario. Mi spiego: temevo che parlare di fenomeni come il sovraffollamento e le conseguenze del turismo di massa potesse risultare nell’apologia di un turismo che pochi possono permettersi e in un elenco di danni e problemi. Il rischio, insomma, era dare l’impressione che il turismo sia di per sé sbagliato.
Tenendo perciò presente la natura democratica del turismo ho deciso di approfondire i diversi aspetti che avevo individuato parlando soprattutto con accademici e studiosi del settore, che mi hanno davvero stupito per la loro disponibilità. Inoltre, la mia esperienza personale, poiché ho avuto la fortuna di viaggiare molto sia per passione, sia per lavoro, mi ha aiutato a tenere sempre a mente che devo moltissimo alle esperienze fatte come turista in giro per il mondo o anche soltanto in giro per l’Italia”.
Parliamo ora del “dopo”. Il tuo libro ha letteralmente attraversato l’Italia, con presentazioni da Nord a Sud. In quest’anno hai incontrato centinaia di persone, tra cittadini, associazioni, amministratori e amministratrici locali. Quali esperienze ti porti maggiormente nel cuore?
“Non posso non cominciare dalla presentazione a Sassari, città dove ho vissuto per 30 anni, con un’affluenza incredibile e la presenza dell’assessore regionale al turismo. Mi sembra di fare torto a molti nel citare soltanto alcune esperienze, di certo le migliori sono state quelle con un uditorio giovane, come a Roma nel circolo Zalib, e quelle che mi hanno fatto incontrare associazioni e movimenti che hanno preso spunto dal libro per promuovere politiche sul territorio, come nel caso degli incontri in Friuli Venezia-Giulia organizzati da Giulia Massolino per “Territori in Movimento”. Però, davvero, gli incontri sono stati così tanti, in festival, convegni universitari e di categoria, che ogni viaggio in treno per partecipare - e sono stati davvero tanti! - valeva la pena.
Durante questo lungo viaggio hai scoperto nuove realtà che, col senno di poi, avresti voluto inserire nel libro? Se oggi potessi aggiornarlo, quali temi, casi studio o territori approfondiresti?
“In realtà il libro ha portato poi alla stesura di articoli e alla preparazione di elaborati che in qualche modo ampliano quanto detto nel libro. Di sicuro, oggi inserirei approfondimenti su come coinvolgere le comunità nella programmazione turistica e su quali sono gli effetti del turismo sul tessuto culturale dei territori. Amplierei ancora il capitolo sul turismo nelle aree protette, perché ho avuto confronti molti interessanti da questo punto di vista. Ma, lo ripeto, è stato un anno di continue riflessioni e approfondimenti”.
Turismo sostenibile e buone pratiche. Nel tuo lavoro hai incontrato esperienze virtuose, progetti innovativi e modelli alternativi al turismo di massa. Quali sono, secondo te, gli esempi più interessanti da osservare e replicare?
“Anche qui, tanti gli esempi. Mi piace citare il progetto Miradas di Orgosolo, o quello di Pitigliano, che ha chiesto ai cittadini di esprimersi sul turismo che vorrebbero. Ancora, parlerei della visione del presidente del Parco della Maremma, Simone Rusci, che pone limiti ben chiari nella gestione dell’area protetta, o dei progetti della Paganella, che hanno individuato nella mobilità la chiave per ridurre il sovraffollamento. Da quando è uscito il libro c’è poi stata la vittoria del Comune di Firenze sui ricorsi contro le politiche abitative: ecco, la sindaca Funaro ha dimostrato che bisogna credere nella possibilità di rimediare a degli errori e che gli strumenti democratici per porre un freno alla turistificazione selvaggia esistono”.
Il tuo libro non punta il dito contro i turisti, ma contro modelli di sviluppo che spesso impoveriscono i territori e ne consumano le risorse umane, sociali ed economiche. Quali consigli ti senti di dare a chi viaggia per diventare un turista più consapevole e contribuire positivamente ai luoghi che visita?
“Questa è una domanda che mi è stata fatta spesso, un segnale che sono in molti a porsi il problema di mettere un freno al turismo di rapina.
Il primo consiglio è di valutare di quale vacanza si ha davvero bisogno. Spesso scegliamo di fare un viaggio soltanto perché di quel posto abbiamo sentito parlare, o perché abbiamo visto qualche foto sui social, perché vogliamo mettere una bandierina su una mappa. Chiediamoci se acquistare un volo low cost per stare due giorni in un’altra città sia davvero qualcosa che vale la pena, che ci arricchisce.
Ancora, valutiamo se ci sono alternative magari meno note, ma altrettanto gradevoli, rispetto a località che soprattutto in alcuni periodi dell’anno diventano poco vivibili. Proviamo, a poco a poco, a fare scelte meno impattanti, rinunciamo all’auto se si può, informiamoci su quali sono le criticità in un territorio, come per esempio la scarsità di acqua, e adeguiamoci allo stile di vita di chi abita lì tutto l’anno.
In breve, comportiamoci ovunque come ospiti ben educati e non come clienti che pretendono, soltanto perché hanno pagato”.
Immagine: Credits Libreria Zalib e Kura Viaggi

