
Nucleare: perché secondo gli esperti è “un’illusione”
Dopo le parole di von der Leyen, il punto sul futuro dell’energia
Il nucleare come tecnologia economica, sicura e realizzabile in tempi rapidi? È questa, secondo Giuseppe Onufrio e Gianni Silvestrini, una delle più grandi illusioni che circolano oggi nel dibattito energetico europeo e italiano. I due esperti (tra le principali voci nel campo dell’energia e della transizione energetica) lo sostengono nel loro nuovo libro L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili, appena arrivato in libreria.
Un tema tornato al centro della scena dopo le recenti dichiarazioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha definito “un errore strategico” la riduzione del nucleare nel mix energetico europeo e ha parlato della necessità di rilanciare questa tecnologia, puntando anche sui piccoli reattori modulari entro l’inizio degli anni ’30.
Abbiamo intervistato gli autori per chiedere la loro opinione.
L'illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili
Gianni Silvestrini, Giuseppe OnufrioNegli ultimi giorni Ursula von der Leyen ha dichiarato, con un giudizio molto severo, che ridurre il peso del nucleare in Europa è stato “un errore strategico” (più precisamente, ha dichiarato: “credo che sia stato un errore strategico da parte dell’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a basse emissioni”). Il vostro libro sostiene invece che questa tecnologia sia in declino. Come rispondete a questa lettura della situazione energetica europea?
Giuseppe Onufrio: Non è vero che “l’Europa ha voltato le spalle” al nucleare: su questo tema c’è sempre stata piena autonomia degli stati nazionali. Peraltro, in sede europea è stata approvata la Tassonomia verde che ha incluso - cosa ampiamente contestabile - il nucleare tra le fonti sostenibili. Questo in violazione del principio “do no significant harm” per una tecnologia che presenta evidenti rischi rilevanti. Al di là di questo, la stessa presidente votò l’uscita della Germania dal nucleare che fu decisa dal governo Merkel nel 2011.
La crisi del nucleare è tutta interna all’industria: i nuovi reattori francesi EPR, che rappresentano tuttora assieme ai nippoamericani AP1000, lo stato dell’arte dell’industria, sono un fallimento economico: il recente rapporto di Bloomberg stima i costi tra i 300 e i 400 $/MWh.
La stessa Francia non ne costruirà più e sta lavorando a una versione semplificata, l’EPR2. Il nuovo nucleare è tra le fonti più costose per produrre elettricità e l’UE è dipendente in questo campo dalle importazioni di combustibile nucleare dalla Russia, sul quale non è stato applicato alcun embargo a seguito della crisi ucraina. Dunque, una fonte esposta al rischio geopolitico come il gas.
Von der Leyen sostiene che il sistema energetico del futuro debba combinare nucleare e rinnovabili (“Non si tratta di scegliere l’una rispetto all’altra: raggiungono il loro pieno potenziale solo insieme”, ha detto). Siete d’accordo o ritenete che l’espansione del nucleare possa rallentare la crescita delle rinnovabili?
Gianni Silvestrini: Non c’è dubbio che la concentrazione di notevoli risorse economiche verso il nucleare danneggerebbe la corsa delle rinnovabili come è successo in diversi paesi, a cominciare dagli Usa che hanno un contributo di elettricità verde del 20% molto inferiore rispetto a molti paesi europei, dalla Danimarca che ha raggiunto l’88% o della Germania con il 59%.
Diversi leader europei, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron, sostengono che il nucleare sia essenziale per l’autonomia energetica dell’Europa, soprattutto alla luce dell’attuale crisi in Medio Oriente. Anche il vicepremier Matteo Salvini ha parlato della necessità di “accelerare sul nucleare” per motivi di sicurezza energetica. È davvero così?
Giuseppe Onufrio: La parola “accelerare” e la parola “nucleare” non hanno nulla in comune. Il cantiere dell’unico EPR costruito in Francia, il cui primo progetto fu presentato nel 1991, iniziò nel 2007 e doveva essere completato in 4 anni. È stato allacciato alla rete sono a fine 2024 con un costo complessivo di 24 miliardi rispetto ai 3,3 previsti inizialmente. La Corte dei Conti francese ha chiesto e ottenuto di ritardare di 3 anni l’avvio della costruzione dei nuovi EPR2 che non entreranno in funzione prima del 2038 e i cui costi, già in fase di pianificazione, sono stati rivisti verso l’alto. In Italia il referendum del 2011 bloccò l’accordo italo-francese per costruire 4 EPR: da allora ad accelerare - purtroppo a singhiozzo e molto meno di quanto possibile - sono stati solare ed eolico. Dal 2011 al 2024 hanno aggiunto alla rete circa 57 TWh: più di quanto teoricamente potrebbero produrre i 4 EPR. E si poteva e doveva fare molto di più: le uniche fonti capaci di accelerare sono le rinnovabili.
Con la nuova strategia appena presentata, la Commissione europea punta ora molto sui piccoli reattori modulari (gli SMR) che dovrebbero essere operativi “entro l’inizio degli anni ’30”. Nel vostro libro affermate che questa tecnologia non rappresenta una soluzione realistica. Quali sono i principali limiti?
Giuseppe Onufrio: Di SMR si parla da 30 anni e, nonostante le diverse iniziative a livello globale, ad oggi non ne esiste nemmeno uno in nessun Paese occidentale e nemmeno a livello di prototipo. Se i reattori nucleari di grande taglia come l’EPR producono a costi insostenibili, tanto più avverrà per reattori di taglia inferiore. Pur non essendo affatto “piccoli”: i 3-400 MW di taglia di cui si parla sono più grandi dei vecchi reattori come quelli di Trino Vercellese, Latina e Garigliano e i 7,6 GW previsti dal governo significherebbero 20-25 impianti da localizzare. Le valutazioni più recenti sui costi dell’elettricità da SMR variano, ma sono tutte superiori a quelle dei grandi reattori per un motivo semplicissimo di economie di scala. La storia della tecnologia nucleare per tale ragione è sempre andata verso impianti di maggior taglia nel tentativo, fallito, di ridurre i costi dell’elettricità.
Nel dibattito politico il nucleare viene spesso presentato come una fonte di energia economica. Qual è oggi il reale confronto economico tra nucleare e rinnovabili?
Gianni Silvestrini: Secondo la International Energy Agency (IEA), le fonti energetiche più economiche per la generazione di nuova elettricità sono ormai da diversi anni le rinnovabili, in particolare eolico onshore e solare fotovoltaico. Ed è significativo il fatto che nel 2024, la quota di rinnovabili nei nuovi incrementi di potenza elettrica installata a livello globale ha raggiunto il 92,5% del totale.
Una delle critiche più diffuse alle rinnovabili riguarda la loro intermittenza: sole e vento non sono sempre disponibili (“sono volatili perché dipendono dal sole e dal vento, e a volte i siti migliori sono lontani dai centri di domanda industriale”, ha detto la leader tedesca). Quali sono oggi le soluzioni tecnologiche che possono rendere possibile un sistema energetico dominato dalle rinnovabili?
Gianni Silvestrini: In realtà sole e vento sono complementari, con l’energia eolica che genera più energia nei mesi invernali. Ma, soprattutto, sta arrivando una ondata di sistemi di accumulo a basso costo, come ha dimostrato l’ultima asta di Terna, il gestore della rete elettrica. E sul lungo periodo si punta anche ai Long Term Storage, gli accumuli di lunga durata capaci di stoccare elettricità da erogare per periodi giorni e settimane.
Negli Utah (USA), il principale progetto per l'accumulo di questo tipo è l'Advanced Clean Energy Storage (ACES). Si tratta del più grande impianto al mondo di stoccaggio di idrogeno verde per accumulo stagionale e a lunga durata (da ore a mesi), con capacità di immagazzinare, una volta completato, oltre 300 GWh.
Il ministro dell’ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha dichiarato di voler sviluppare uno scenario nucleare entro il 2050 e di aderire all’obiettivo internazionale di triplicare la capacità nucleare globale. È una strategia realistica per l’Italia?
Giuseppe Onufrio: Il Pniec già prevede al 2050 7,6 GW da nucleare che come citato, equivalgono a 20-25 reattori ciascuno dei quali più grande di tre dei vecchi reattori che ancora non abbiamo smantellato dal 1987. Già il Pniec è risibile: non sappiamo nemmeno che tipologia di reattori si vuol fare e di conseguenza non sappiamo nemmeno che tipo di combustibile nucleare una ipotetica futuribile industria dovrebbe produrre. In passato il ministro ha parlato di 50 GW da nucleare che equivarrebbero a quasi 170 reattori, ma una ipotesi del genere si commenta da sola. Una politica che prevede la bacchetta magica di Harry Potter.
Uno dei problemi storici del nucleare riguarda la gestione dei rifiuti radioattivi. Oggi esistono soluzioni definitive o il problema rimane aperto?
Giuseppe Onufrio: Non esiste al momento una “soluzione” negli Stati Uniti, che hanno inventato la tecnologia e hanno il quantitativo maggiore di rifiuti radioattivi. Si tratta di isolare questi rifiuti dalla biosfera per un tempo simile a quello della storia umana, diecimila anni, e ogni impianto andrà monitorato per secoli per capire se riesce a “tenere”.
In Italia, nonostante oltre 20 anni di attività, non si è riusciti a mettere in campo una strategia di gestione a lungo termine del tema (e abbiamo quantità piccole di rifiuti nucleari rispetto ad altri Paesi) e si vuole comunque rilanciare l’industria. Peraltro, come ha dimostrato un lavoro dell’Accademia delle scienze statunitense, gli SMR produrranno più rifiuti radioattivi per unità di energia, dal doppio a 30 volte a seconda della tecnologia impiegata. Cosa che rende la scelta di questa strada ancora più assurda: elettricità ancora più cara, più rifiuti radioattivi, più siti da identificare e probabilmente più rischi di incidenti. Si tratta di reattori più piccoli, ma bisognerà proporzionalmente farne un numero maggiore, e nessuna delle tecnologie in discussione è “intrinsecamente sicura”.
Nel vostro libro parlate di “illusione del nucleare”. Qual è, secondo voi, l’equivoco più grande che oggi domina il dibattito pubblico sull’energia?
Giuseppe Onufrio: Che il nucleare sia una tecnologia economica, sicura e sviluppabile in poco tempo: è tra le più costose, non ha risolto i problemi di sicurezza e di scorie, ci vogliono almeno 15 anni a fare un solo impianto con costi multipli rispetto a quelli approvati in fase di progetto. E che sia compatibile con una elevata quota di rinnovabili, che comunque alla fine si farà. Come dimostra anche il caso francese, con un recente rapporto, la convivenza tra nucleare e rinnovabili è difficile per la limitata capacità del nucleare di modulare la potenza in un contesto con quote crescenti di rinnovabili variabili.



