
Retorica delle aree interne e la beatificazione delle sagre
Una nota di colore. Nero. Una ventina di anni fa ho avuto l’occasione di visitare un’area lontana dai più consueti circuiti turistici internazionali, una tipica “area interna”, lo Harz, in Germania, comprensorio montuoso/collinare che si divide tra i due länder Bassa Sassonia e Sassonia-Anhalt, il primo è un pezzo di ex Germania Ovest il secondo, come è noto, di ex Germania Est. Non posso certo sostenere che già si percepisse qualcosa in grado di far presagire quello che è avvenuto nelle elezioni locali del Land Sassonia-Anhalt. Da turista vedi, tendenzialmente, uno strato superficiale delle cose. Qualche scritta sui muri, qualche faccia da skinhead ma solo a Quedlinburg, Sassonia-Anhalt, ex DDR. Per il resto l’atmosfera era più quello di un’area interna tranquillamente addormentata, nel cuore della maggiore economia europea, pulita, ordinata, boschi, valli e colline molto verdi, campagne ricche, “Germania da cartolina”.
Nel collegio elettorale in cui è inclusa Quedlinburg, AfD ha ottenuto il 45,5% dei voti (contro il 43,8 riscontrato a livello del Land).
Questo per dire che la retorica che troppo spesso caratterizza il discorso pubblico sulle aree interne, o su un’altra categoria molto amata come “la provincia”, non aiuta a cogliere e interpretare fenomeni che poi, puntualmente, si verificano.
Le cartoline nelle tante forme che oggi assumono (quanti influencer o presunti tali lavorano instancabilmente a favore, di fatto, dell’overtourism?) servono alle pro-loco, ma non è detto che risultino poi così belle, e soprattutto, vicine alla realtà. Per quanto ci riguarda, una recente polemica particolarmente accesa si è sviluppata proprio su questo tema tra linee di lettura divergenti. Una che parlerebbe da “dentro” il mondo dei paesi e delle aree interne e che si batte perché ne sia riconosciuto il valore, e una che leggerebbe questa realtà da fuori, evidenziandone gli aspetti più critici. La prima si ritiene l’unica ad essere legittimata a rappresentare queste realtà, l’altra accusa la prima di costruire una retorica molto comoda per chi, in questi anni, non fa che dispensare un’immagine oleografica di luoghi in qualche modo sacri a una non meglio definita identità nazionale. È li che si troverebbe l’Italia vera, le radici, i valori che (almeno secondo una parte politica) ci rappresentano come collettività. Ovviamente, in entrambe le posizioni – e non nella disonesta manipolazione che ne fa certa politica – c’è della ragione. Innanzitutto, aree interne è una definizione molto vaga, tant’è che nel Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 queste vengono incluse in quattro scenari, che facendo riferimento al dato demografico vanno dalla possibilità di invertire la tendenza al declino attraendo nuova popolazione, fino al molto contestato – ma molto reale – scenario di un irreversibile processo di spopolamento. In queste quattro “categorie” si distribuiscono quindi situazioni molto diverse, aree ricche e in fase di crescita – misurabile facilmente sui valori immobiliari – e contesti di declino economico, privi di servizi, dove la popolazione diminuisce fino a valori di quasi estinzione. E a volte, proprio su queste ultime si costruisce un’oleografia tanto di destra quanto di sinistra, che non aiuta a decodificare la realtà e quindi ad attuare delle politiche in merito: il borgo (borgo, perché il termine paese non piace più) spopolato dove resiste un ultimo antico residente depositario del sapere locale, o dove una giovane coppia di professionisti in fuga dalla città, nomadi digitali (dal felice conto corrente) tanto per usare un altro termine insopportabile, riscopre e, se ce la fa, ripopola e rilancia, magari riaprendo il bar del paese ma a orientamento vegano. Retoriche banali, controproducenti, buttate giù un tanto al chilo che invadono i media, ben analizzate e raccontate in due volumi della nostra collana Verdenero Inchieste: Montagne immaginarie di Michele Sasso, e Il turismo che non paga di Cristina Nadotti. La complessità e la diversità che si cela dietro terminologie generalizzanti e fuorvianti, come appunto aree interne o borghi, emerge in questi libri dalla accurata raccolta di testimonianze e documentazione realizzata dai due autori. Dove infine l’assenza della politica appare come denominatore comune, come se questa si dedicasse unicamente a costruire una narrativa di comodo evitando di fare i conti con profonde disuguaglianze territoriali, costi ambientali e sociali, dove qualche area prospera (ma a quale costo?) e qualche altra rimane indietro. E se anche dove apparentemente si prospera, come ha scritto Christian Raimo, dopo il turismo non rimangono altro che razzismo, maschilismo e alcolismo… ecco perché ho aperto scrivendo dello Harz. Perché la distribuzione locale del voto – ricca o in declino che sia l’area interna analizzata – è un buon indicatore anche qui da noi E perché da un’altra voce, non direttamente coinvolta nella polemica citata, è arrivata un’affermazione che può sembrare una boutade, e forse voleva esserlo, secondo cui la sinistra, le forze progressiste, avrebbero perso il contatto con la realtà (diventando colpevolmente elitarie) perché hanno smesso di frequentare – nientemeno – le sagre di paese, lasciando campo libero a temi, simboli, valori e meccanismi di aggregazione di cui più o meno apertamente si sarebbe appropriata la destra. Ipotesi fondata? Come farsi un’idea? Frequentando le sagre? Anche, perché no (io lo faccio, e mi piace), ma magari leggendo prima Cristina Nadotti e Michele Sasso.
Immagine: Kate Trysh (Unsplash)

