PuntoSostenibile

La letteratura come strategia di sopravvivenza

In dialogo con Serenella Iovino

di Ivana Margarese
pubblicato il 14/03/2026

Serenella Iovino insegna Environmental Humanities alla University of North Carolina at Chapel Hill e dirige il dottorato in Italian Studies. Voce di riferimento nel dibattito ambientale internazionale, ha pubblicato, tra gli altri studi, Paesaggio civile. Storie di ambiente, cultura e resistenza (2022), Gli animali di Calvino. Storie dell’Antropocene (2023; vincitore del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica – Sezione Scienze umane, e del Premio letterario Green Book). Scrive per il quotidiano la Repubblica e per il suo supplemento culturale Robinson. Per il suo contributo alle scienze umane per l’ambiente nel 2025 ha ricevuto il Premio “Seres Puentes” dello Humanities for the Environment North American Observatory, attivo alla Arizona State University sotto il patrocinio dell’Unesco. In occasione della ripubblicazione per Edizioni Ambiente del suo Ecologia letteraria: una strategia di sopravvivenza ha accettato di dialogare con me per lo spazio dedicato alle interviste che da qualche mese curo su Dialoghi Mediterranei

Ecologia letteraria

E altri scritti di ecocritica
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Ecologia letteraria è stato pubblicato per la prima volta nel 2006 e oggi torna in una nuova edizione. Nel saggio ti interroghi su come la letteratura possa farsi carico di raccontare la fenditura sempre più aperta tra umano e non umano. Ciò che proponi non è una letteratura “verde” al servizio di politiche ecologiste, ma un’’idea di letteratura come parte integrante dell’ecologia della mente e del mondo. Mi viene in mente, a questo proposito, il titolo di un libro del 2017 di Michele Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria, in cui l’autore riflette sul ruolo decisivo della narrazione nella costituzione del Sé, che – come sappiamo – è costitutivamente in relazione. Partendo da questa associazione, vorrei chiederti innanzitutto cosa ha motivato la ripubblicazione di Ecologia letteraria oggi e, in secondo luogo, se dal tuo punto di vista le storie aiutano davvero a vivere.

Calare la letteratura nell’attivismo non è mai una buona idea: la letteratura, quando è vera, per definizione è recalcitrante a sventolare una bandiera, fosse anche quella dell’ecologismo. Altro discorso è quello della critica letteraria, anche se in questo caso non si tratta di piegare alla causa un immaginario, ma di vedere quanto quell’immaginario che troviamo nei romanzi, nella poesia, nel cinema e in tutte le opere creative sia uno specchio di dinamiche culturali profonde, che investono il rapporto di una società con il mondo naturale o, più in generale, della nostra specie con le altre specie e con il pianeta.

Quando parlo di letteratura come parte di un’“ecologia della mente”, intendo proprio questo: la letteratura come una rete di connessioni tra pensiero, emozione e mondo, una forma di conoscenza che non separa ma lega. È un dispositivo cognitivo e affettivo insieme, che ci aiuta a pensare la vita dentro la vita, una forma di conoscenza connettiva (e collettiva). La riflessione di Michele Cometa, che tu citi, mi è molto vicina. Lui ha guardato alle origini biologiche del narrare, intrecciando neuroscienze e prospettiva evolutiva. In questo senso, raccontare – e ascoltare – storie non è un lusso o un vezzo dell’evoluzione, ma una strategia adattiva che ha accompagnato la nostra specie fin dalle origini. Ci aiuta a elaborare l’ansia dell’incertezza, a dare forma a ciò che non sappiamo.

Ripubblicare Ecologia letteraria oggi significa continuare a riflettere sui nodi del nostro immaginario ecologico, soprattutto di fronte a ciò che non sappiamo e che ci genera ansia: l’emergenza climatica, gli ecocidi e i genocidi in corso, la necessità di continuare a preservare la vita. Significa usare gli strumenti della critica e dell’immaginazione per connettere i punti e ricordarci che i confini tra testo e mondo non sono mai rigidi, ma porosi – come lo sono, in fondo, i confini tra le idee e il vivente. 

Nell’ambito della tua riflessione sull’ecocritica parli di un passaggio dalle grandi narrazioni ideologiche alle “narrative locali”, minori o periferiche, intese come luoghi in cui emergono nuovi significati e nuovi valori. Memore della lezione di bell hooks sul margine come spazio di osservazione e cambiamento, mi piacerebbe domandarti di questo passaggio. 

All’inizio l’ecocritica, come la filosofia ambientale, ha combattuto una battaglia precisa: quella contro l’antropocentrismo. Ma ben presto ci si è accorti che il problema non era soltanto “l’umano” in sé, quanto tutto l’apparato ideologico che questa presunta centralità comportava: sessismo, colonialismo, razzismo, ogni forma di discriminazione. La posta in gioco è allora smantellare quelle gabbie concettuali che imbrigliano la realtà in gerarchie rigide, togliendole vitalità.

Abbiamo compreso che non esiste nessuna centralità culturale assoluta, e che neppure parlare di “natura” equivale automaticamente a un discorso unitario o liberatorio. Le antropologie contemporanee – penso alla svolta ontologica di Descola, Viveiros de Castro, Marisol de la Cadena – ci hanno insegnato che bisogna moltiplicare i punti di vista, uscire dal quadro occidentale. In parallelo, discipline come la biosemiotica o la riscoperta della fenomenologia di Merleau-Ponty, con la sua idea che siamo carne nella carne del mondo, ci mostrano che anche il non umano è attraversato da emergenze di senso, da immaginazioni e da linguaggi che ci interrogano.

A questo si aggiunge il Sud del mondo, con le prospettive postcoloniali e con quel “pensiero meridiano” che Franco Cassano aveva rilanciato, richiamandosi a Camus. Camus aveva intuito che lo sguardo mediterraneo, solare e tragico insieme, poteva costituire un contrappeso alle rigidità ideologiche del Nord. È da lì, da quel Sud, che arrivano nuovi modi di pensare la convivenza, la giustizia, la relazione.

Ed è proprio qui che la lezione di bell hooks diventa preziosa: il margine non è solo luogo di esclusione, ma posizione privilegiata di osservazione e di cambiamento. Spostare lo sguardo dalle grandi narrazioni alle narrative locali significa riconoscere che dai margini vengono spinte che non possiamo prevedere, ma che possiamo imparare a riconoscere: spinte trasformative, frutto delle pressioni che per secoli si sono esercitate proprio su quei margini. Penso alle letterature indigene che oggi ridefiniscono il nostro concetto di terra e di appartenenza; alle narrazioni afro-diasporiche che hanno trasformato l’idea stessa di modernità; alle scritture femministe che hanno scardinato gerarchie radicate. Tutti esempi di come il margine, lungi dall’essere periferia, diventa laboratorio di futuro.

Scrivi con molta chiarezza che l’essere umano può sopravvivere come specie soltanto se è accompagnato, in questa sopravvivenza, dalle forme di vita non umane: “umanità e natura vanno considerate in un’ottica ecologica, che è quella della compresenza, e non quella della distruzione reciproca”. È necessario pertanto per sopravvivere avviare un radicale processo di cambiamento dei nostri modelli culturali e delle nostre gerarchie di valori. Il richiamo a una cittadinanza ecologica e a recupero di spazi appartenenti alla comunità mi pare in tal senso prezioso. Vorrei chiederti di raccontarmi quanto negli incontri pubblici o in quelli accademici, in questi tempi bui e destabilizzanti, percepisci il coinvolgimento e la sensibilità per questi temi e quanto questo “fare comunità”, questo sapere “palpitante”, può a tuo parere rappresentare una chiave di volta. 

Negli incontri pubblici mi capita spesso di assistere a scene molto semplici ma eloquenti: un’aula che si anima quando si parla di animali, studenti che discutono con passione su come immaginare città più vivibili, persone che dopo una conferenza si fermano per raccontare la loro esperienza con un giardino comunitario o con un progetto di rigenerazione urbana.

Penso, per esempio, a chi mi racconta di aver trovato nello yoga una pratica capace di connettere il corpo con la terra. Con la consapevolezza, però, che quel corpo – come la terra – può essere ferito, tossico, segnato dall’inquinamento (e io che sono campana, lo so bene). Eppure, proprio dentro questa fragilità, si apre la possibilità di pensare diversamente: di trasformare il respiro e il movimento in un atto di riconnessione, di cura.

Oppure penso agli studenti: molti hanno capito che non potevano più tenere l’ambiente “fuori dalla porta”, come se fosse un tema separato. Per questo nei miei corsi di Environmental Humanities arrivano ragazzi e ragazze da percorsi di studio molto diversi, dalle neuroscienze all’economia. Cercano nell’immaginario letterario, nella filosofia, nel confronto con altre culture, strumenti per illuminare ciò che studiano come materie principali. È come se la gente fosse assetata di queste esperienze e di queste idee, come se sentisse che lì si nasconde un nutrimento vitale.

Questo significa che hanno ormai chiara una cosa che, quando si è cominciato a fare ecocritica, non era affatto scontata: umanità e natura – che poi sono un plesso unico, una “sacra unità”, per dirla con Bateson – vanno pensate come compresenza, non come distruzione reciproca.

Tutto questo conferma un’idea che sembra quasi scontata, ma che oggi acquista un senso ancora più pregnante: la maggior parte delle persone desidera vivere in pace, condividere spazi – materiali e mentali – in cui coltivare forme di convivialità. Il problema vero, però, sono le diseguaglianze – sociali, politiche, storiche e perfino ontologiche – che rendono difficile tradurre questo desiderio in realtà.

Le lezioni universitarie e gli incontri pubblici accendono sensibilità e consapevolezza, ma da soli non bastano: servirebbero politiche educative profonde, che insegnino fin dall’inizio a vivere secondo i valori della condivisione e della responsabilità. Solo così questo “fare comunità”, questo sapere palpitante che spesso percepisco nelle persone, può davvero diventare una chiave di volta.

Mi interessa molto la parentela tra letteratura e filosofia e la capacità della letteratura di “in -venire” valori ovvero di ritrovare valori che il discorso consolidato ha occultato dietro costruzione diversamente orientata della realtà. Come questo dissotterrare assume un’importanza non solo memoriale ma anche etica? 

Hai ragione, è un lavoro etico: significa restituire dignità a ciò che è stato messo ai margini, svelare ciò che è stato occultato, demistificare narrazioni che hanno preso il sopravvento.

Il mio amico Marco Armiero cita spesso i Wu Ming, che dicono che i racconti sono come “asce di guerra da dissotterrare”. Mi sembra un’immagine molto potente, perché lega il gesto del racconto alla memoria attiva: dissotterrare significa non solo ricordare, ma anche rendere utilizzabile un sapere sepolto. In questi giorni, guardando al mondo che ci circonda, possiamo forse pensare alle storie proprio come a strumenti per smontare le logiche della guerra: la retorica che divide in amici e nemici, le mitologie della forza, la rimozione della sofferenza.

In questo senso la letteratura è parente stretta della filosofia: entrambe servono a scalfire le superfici consolidate della realtà. Ma mentre la filosofia argomenta, la letteratura mette in scena, ci costringe a sentire. E così ci consegna strumenti estetici che sono anche etici: ci insegna a vedere il mondo in un altro modo, e questo, oggi, è già un atto politico e di resistenza.

Nella costellazione di scrittori e scrittrici scelti per questo libro c’è Anna Maria Ortese, autrice visionaria e profetica, la cui ricchezza di pensiero non smette di suscitare stimoli. Sottolinei come in lei il femminile sia fecondo proprio in virtù del suo sfuggire a definizioni univoche, possiamo soffermarci su questo aspetto? 

Se comincio a parlare di Ortese non mi fermo più… Le sue figure femminili sono imprevedibili e potenti, angeliche e animali, misteriose e persino fantasmatiche – penso a Elmina del Cardillo addolorato – ma allo stesso tempo anche tenere e realistiche, come nei romanzi milanesi o nei racconti napoletani. Quello che mi affascina di più è il modo in cui Ortese lascia progressivamente gli ormeggi della realtà e usa il femminile – spesso intrecciato all’’animale – come chiave per scoperchiare il reale e mostrarci un mondo di legami che altrimenti resterebbe invisibile. In lei il femminile non è mai riducibile a una definizione univoca: è forza creativa proprio perché sfugge, si moltiplica, apre spiragli.

Ortese ci mette di fronte a un universo che è insieme magico e reale, un universo in cui la visione ha un peso concreto. È come quel cielo di Raffaello che raccontava di aver visto in un museo: un cielo immaginato, ma vero come l’idea platonica del cielo. In questo sta la sua profezia: nel mostrarci che ciò che sembra fantastico o visionario può essere, in realtà, il modo più autentico per vedere il mondo. 

La letteratura è una forma di conoscenza che non separa ma lega creando una rete di connessioni tra pensiero, emozione e mondo. “Perché scrivere. – ci dice ne Le piccole persone Anna Maria Ortese – quando non si giochi, è proprio questo: cercare ciò che manca, dappertutto – bussare a tutte le porte – raccogliere tutte le voci di un evento che ci ha lasciati, e quando non le voci, i silenzi – scritti in ogni corteccia d’albero, in ogni dura pietra, quando non pure nelle risuonanti, sempre uguali narrazioni del mare”.

Parlare di ecologia letteraria permette di abitare uno spazio permeabile dove è possibile sostare senza definirsi in contrapposizione ad altro, senza praticare il conflitto come chiave dell’esistenza, ma piuttosto contemplare sguardi diversi, abbracciando la complessità e la ricchezza delle contronarrazioni per scardinare rigide gerarchie consolidate e spingerci verso saperi “palpitanti”. 

Pubblicato in Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025

Immagine: credits Dino Ignani.